BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Cronaca

2009/ Doninelli: facendovi gli auguri non parlo di folklore, ma di speranza

Breve rassegna dei “desideri” espressi dallo scrittore milanese per il prossimo anno, con l’auspicio che si moltiplichino i luoghi e le occasioni per diffondere un’arte veramente non omologata e una cultura eclettica non soltanto a parole. Un pensiero dedicato anche al futuro della nostra università

speranzaliberaR375_31dic08.jpg(Foto)

Niente scenari, per carità. Specialmente quelli culturali, cave canem. Per quello ci pensa già “Repubblica”, che ogni giorno o quasi sente il bisogno di chiudere il discorso su questo o quel tema: i cento migliori romanzi, i cento eventi culturali, i cinquanta migliori pittori, i trenta film che hanno cambiato il mondo, i cinquanta dischi che hanno cambiato la nostra vita, eccetera. E’ tutto un inventare consessi che non esistono per poi decidere chi deve stare dentro (e, conseguentemente, chi resterà fuori). Chi fa così è perché sente il tempo sfuggirgli, è perché si sente in ritardo sull’orologio della vita, e allora cerca di chiudere i conti in fretta e furia. Chi fa così è perché sente che si stanno chiudendo i conti con se stesso, che il suo posto nel mondo ha il tempo contato.

Niente scenari, dunque. Solo qualche augurio. Auguri privati, personali, e auguri pubblici, per tutti. Personalmente, come artista mi auguro di poter leggere un nuovo romanzo di Jonathan Franzen o di Dave Eggers, di poter assistere a un nuovo spettacolo di Federico Tiezzi e di poter rivedere in piena forma il nostro maggior regista di teatro, Luca Ronconi. Vorrei vedere un nuovo spettacolo di Peter Brook o di Bob Wilson, ascoltare un nuovo disco di Michel Camilo o di Omar Sosa o di Ralph Towner, vedere realizzate alcune grandi mostre a Milano, poter assistere a un nuovo capitolo della straordinaria filmografia di David Lynch.

Ma, soprattutto, auguro a me stesso di poter essere sorpreso da qualcosa di nuovo, nomi nuovi, opere nuove, e magari di poter scrivere pagine che non pensavo di saper scrivere. Chi non si aspetta sorprese dalla realtà non le sa aspettare più nemmeno da se stesso, ma chi attende l’imprevisto sa di essere sempre un po’ imprevisto anche a se stesso.

I miei auguri pubblici riguardano prima di tutto l’apertura mentale di chi tiene le fila della cultura, e soprattutto del potere culturale in Italia (tv, case editrici, gallerie, case di produzione, distributori, ma anche salotti e conventicole varie): mi aspetto una maggior disponibilità alla novità e alla rottura degli schemi. Questo succederà comunque, ma è necessario che succeda nel migliore dei modi. Sarà necessario combattere quell’aspetto di uniformazione del pensiero globale, che toglie aria ad ogni espressione radicalmente originale e riduce le differenze (etniche, culturali ecc.) a semplici modi diversi di dire sempre le stesse cose.

Tutti noi, che ci occupiamo a diverso titolo di cultura, dovremo inoltre mettercela tutta per combattere la sindrome di assedio, la tendenza claustrofobica che si sta impadronendo di popoli e città - da Israele a Napoli, per intenderci - e che dipende soprattutto dalla tendenza a pensare se stessi all’interno della propria emergenza, senza relazione col resto del mondo. La cultura può fare molto a questo livello. Chi è nato nella guerra deve poter essere aiutato a pensare se stesso oltre la guerra. Uno spettacolo teatrale o un romanzo possono, a questo riguardo, fare moltissimo.

Auguro poi alla mia città di recuperare parte del terreno perduto e di disporsi alacremente agli appuntamenti che la aspettano. Secondo me, uno degli obiettivi per il 2015 è quello di recuperare la capacità di far crescere i giovani artisti di tutte le arti: da troppo tempo Milano produce giovani promesse ma non è in grado di farle maturare fino a imporle davanti al mondo.

Il mio ultimo augurio va a ciò che più mi sta a cuore: l’educazione, e soprattutto l’università. Mi piacerebbe moltissimo che il 2009 fosse l’anno dell’Università. È lì che prende forma definitiva l’io, dando fisionomia alle generazioni che, poi, guideranno il nostro Paese. È fondamentale che l’Università sia un luogo di stima per l’uomo, e che costruisca questa stima rendendo possibile per i ragazzi un’autentica esperienza di lavoro. Lavoro vuol dire rispetto della realtà: della materia che trattiamo, degli oggetti che usiamo, degli uomini che lavorano con e intorno a noi, dei tempi - fino alla determinazione degli orari - e degli spazi d’azione. Ma lavoro vuol dire anche la comunicazione di un nesso concreto, visibile, ordinato tra l’azione che si compie (studiare un capitolo, fare una ricerca ecc.) e la sua utilità per noi, per il cammino della nostra persona, affinché sia un cammino pieno di senso.

Milano è stata vittima nei decenni di un vento culturale disordinato, che ha lasciato segni difficili da cancellare. Ma il disordine, il caos non ha profondità, non sa andare nemmeno alla radice di se stesso. Per diventare adulti è necessario poter rendere conto della nostra speranza (e anche, aggiungo, della disperazione, se uno è disperato). Affinché questo sia possibile ci vuole ordine. L’università, trasmettendo soprattutto conoscenze (e non solo punti di vista, come succede in troppi corsi), è un pilastro fondamentale - almeno per noi Occidentali - affinché questo lavoro fondamentale si possa compiere.

© Riproduzione Riservata.