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ISLAM/ La deriva religiosa del "terrorismo fai da te" che inquina realtà e ragione

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Il primo è di ordine politico e tende a iscrivere il gesto del terrorista dentro le categorie della lotta politica, per quanto condotta con mezzi aberranti e immorali.
Il secondo è di ordine culturale e tende a situare il gesto suicida in una forma particolare di deriva religiosa, alla quale il soggetto si consegnerebbe volontariamente e dalla quale finirebbe per essere “agito”. I due aspetti si sostengono a vicenda: l’agire politico trova la giustificazione della propria inconcludenza nel credo religioso, mentre quest’ultimo, a sua volta, trova nel fine politico una sorta di legittimazione operativa, assieme all’illusione di essere, in qualche modo, funzionale alla causa.

In realtà le religioni non sono mai delle derive della ragione, ma delle analisi assolutamente ragionevoli della realtà che possono tuttavia fondarsi su valutazioni e conoscenze errate.
L’attentatore di Piazzale Perrucchetti non ha agito sotto l’effetto delle proprie rappresentazioni, bensì a seguito di un’analisi errata della realtà e in conseguenza della sottoscrizione di una deriva religiosa che offre al dolore interiore la possibilità del gesto liberatorio e consacrante.
Il problema risiede quindi nella possibilità di poter assumere e fare propri dei presupposti errati, nel poter prendere per veri dei fatti inesistenti e nel poter spiegare a se stessi la propria depressione come esito di un’oppressione.

Tanto l’analisi della realtà, quanto la deriva religiosa che la sostiene non si fondano pertanto su delle rappresentazioni più o meno fantastiche della realtà, bensì su chiavi di lettura errate, su errori di valutazione manifesti.
Il fatto paradossale è la possibilità per simili errori di potersi riprodurre ed attecchire in seno alla società, approfittando di una vera e propria “zona franca” della cultura occidentale: quella che vede la religione come qualcosa di staccato e di antitetico alla ragione. Il relativismo culturale, che scollega la religione dalla ragione, finisce paradossalmente con il produrre una sorta di silenzio acritico su ogni dimissione dalla ragione, quando invece è proprio del contrario che c’è bisogno.

 

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