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ROVERETO/ Novant’anni di “Famiglia Materna” un aiuto concreto alle ragazze madri

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Fu fondata nel 1919 da padri francescani e laici cattolici. La grande guerra era finita da pochi mesi e le ferite erano ancora profonde in una Rovereto da poco passata dall’impero asburgico all’Italia. Famiglia Materna offrì aiuto a donne (sole o con figli), che versavano in una situazione di particolare difficoltà. Questa missione dura ancora 90 anni dopo: la struttura è diventata una Fondazione, la società è cambiata profondamente, ma non i bisogni. Famiglia Materna continua ad accogliere e sostenere le mamme sole e con i loro bambini. Una volta chiedevano aiuto le ragazze madri allontanate dalla famiglia e dalla comunità che le aveva cresciute, oggi sono le extracomunitarie, le donne che subiscono violenze fisiche e morali, quelle escluse perché non reggono i ritmi del mondo di oggi, persone dalla psicologia fragile o che hanno attraversato la dipendenza da alcol e droghe.

 

Non è dunque un appuntamento puramente celebrativo quello di questa mattina, sabato 3 ottobre, nella sede di via Saibanti 6 a Rovereto, dove le massime autorità locali (dall’arcivescovo Luigi Bressan al presidente della Provincia autonoma di Trento Lorenzo Dellai, fino ai sindaci della zona) renderanno omaggio a questi 90 anni di accoglienza. Prima di presentare l’innovativo Centro socio-occupazionale, monsignor Bressan e il sindaco Guglielmo Valduga spiegheranno il tema della giornata: «L’accoglienza, un metodo per sostenere la responsabilità della persona». Venerdì prossimo, 9 ottobre, il vescovo della diocesi brasiliana di Paulo Afonso (regione di Bahia) parlerà invece della «forza educativa della carità».

 

È un appuntamento che porta l’attenzione sul nuovo rischio sociale: l’isolamento e la crisi della famiglia e l’immigrazione. Fondazione Famiglia Materna è un luogo in cui le madri con i loro figli non si sentono - secondo quanto è scritto nel Manifesto dei fondatori - “né straniere, né ricoverate”. Significa trovare una casa, ma anche la compagnia di educatori, assistenti sociali, psicologi, volontari: tutte quelle persone che possono condividere i problemi, ma anche stimolare un nuovo atteggiamento di coraggio e responsabilità. La Fondazione si rivolge a tutti e valorizza i diversi modi di collaborazione. Il metodo di lavoro è quello di una professionalità “accogliente”.



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