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SOCIETA’/ Weiler (NY University): la laicità non è una parete bianca

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Dopo aver ricevuto e letto alcuni commenti al mio articolo sulla decisione della Corte di Strasburgo, mi sento in dovere di reintervenire, perché mi viene il dubbio che i lettori, presi dalla reazione del pro o contro la sentenza, si siano persi la parte che più mi sta a cuore di quello che volevo mettere in luce. Per far questo lascio per un attimo da parte la sentenza, su cui mi sono già espresso, e racconto una storia.

 

Giovanni e Romano sono due ragazzini dei giorni nostri che abitano nella stessa zona. Si vedono spesso al parco e giocano tra di loro. Un giorno Giovanni invita Romano a casa, passano il pomeriggio insieme e a un certo punto, in salotto, Romano vede qualcosa di nuovo e chiede: “Cos’è quella cosa lì?”; e Giovanni dice a Romano che è un crocefisso, e poi con i genitori gli spiega che cosa rappresenta.

 

Romano torna a casa e, prima di andare a letto, chiede alla mamma: “Mamma, lo sai cos’è il crocefisso?”, “Certo che lo so”, “Lo sai che Giovanni ce l’ha? Ha il crocefisso appeso in sala. Perché noi non lo abbiamo?”, e la mamma lo tranquillizza, gli dice che sa cos’è il crocefisso, e gli spiega che però loro sono una famiglia laica, che hanno determinati valori ma che non sono cristiani, e che quindi non tengono un crocefisso appeso in casa.

 

Poi, dopo una settimana, Giovanni è invitato da Romano a fare merenda a casa. A un certo punto Giovanni gli dice: “In casa tua non c’è il crocefisso, perché?”. E Romano, che si ricorda della chiacchierata con la mamma, gli spiega che la sua famiglia è laica, che hanno dei valori ma non credono in Gesù. Giovanni, anche lui colpito dalla novità, torna a casa e racconta tutto alla mamma, ne parlano insieme.

 

Senza isterismi, senza scene apocalittiche, i due bambini, da amici, si scoprono l’un l’altro. Questo è un racconto tipo di una situazione che chissà quante volte è già successa tra i ragazzini italiani. I due crescono insieme, non solo si tollerano, ma sono proprio amici, e le famiglie cominciano a conoscersi, pur nella loro differenza.

 

Poi bisogna andare a scuola. E in aula c’è il crocefisso. Romano torna a casa e dice: “Mamma, a scuola c’è il crocefisso come a casa di Giovanni: quindi hanno ragione loro?”. Qui, per una società plurale, si pone un problema. Ma questo problema si risolve levando il crocefisso dalla scuola?

 

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COMMENTI
11/11/2009 - ok (gianluca castelli)

Avevo già avuto modo di apprezzare il primo articolo. Questo articolo rende ancor piú chiaro il ragionamento. Mi sembra che sia il piú ragionevole e il piú aderente alla realtá.

 
11/11/2009 - Il futuro non cancella il passato lo fa presente. (claudia mazzola)

Che confusione senza la Croce, si fa prima lascirla dove è, toglietemi tutto ma non il mio Crocifisso e passiamo ad altro, Lui intanto sta li!

 
11/11/2009 - Siamo sicuri di noi ? (VINCENZO FEDELE)

Penso che il commento più "normale" e nello stesso tempo più "FEROCE" alla diatriba del Crocifisso, sia stato quello di Bersani che ha commentanto (cito il pensiero non ricordando le parole esatte). "Per me può anche stare, non fa differenza e non crea problemi". Siamo noi che abbiamo trasformato il Crocifisso in un soprammobile, come il Natale e la Pasqua in un'occasione di consumismo e di regali ed auguri ipocriti. Due anni fa a Torino, nei giardini di fronte Porta Nuova, degli anarchici hanno "rapito" il bambino dal presepe di cartapesta allestito nei giardini. Solo allora ci siamo resi conto della presenza del Bambino, a causa della sua "assenza". Dovremmo ringraziare gli anarchici di allora, per averci dato una sveglia, così come dovremmo ringraziare Strasburgo, con tutta la stupidità della sentenza, per averci indotto a riflettere su questo aspetto che abbiamo sempre dato per scontato. Il Crocifisso dovrebbe essere nei nostri cuori, prima che sulle pareti. Non siamo sicuri di noi e della nostra fede visto che, se così non fosse, non avremmo paura del "diverso", saremmo anche, forse, più tolleranti perchè forti delle nostre convinzioni e della nostra fede, non avremmo timore a confrontarci con tutti. Riscopriamo noi stessi, per riscoprire Cristo che è sempre accanto a noi.

 
11/11/2009 - giusta analisi (adelio fioritto)

Concordo pienamente, ma affrontiamo la realtà. Chi ritiene che il crocifisso non debba essere esposto sostiene la propria tesi improntando l'attenzione sul significato cristiano. Chi ritiene che il crocifisso debba restare, cerca di spiegare come tale simbolismo non rappresenti solo un aspetto religioso, bensì anche e soprattutto dei valori che vanno al di là del mero significato cristiano, essendo (volenti o nolenti) un caposaldo della nostra società da secoli. I primi rinnegano tale "giustificazione" associando evidentemente il crocifisso alla nostra Chiesa Cattolica, pertanto legandosi a miriadi di discorsi esternando tutto l'odio possibile verso un simbolo, in questo caso il crocifisso, che ne fa da capro espiatorio (sembra la storia che si ripete...). I secondi non prendono neppure in considerazione l'ipotesi che uno Stato laico possa non imporre tale icona, perchè si sentono feriti, minacciati, quasi traditi dalla loro stessa famiglia e fanno blocco unito contro una possibile "minaccia". Per queste ragioni, il motivo principale che lei ha avuto modo di spiegare brillantemente non viene assolutamente preso in analisi, dato che ambo le parti sono alimentate da sentimenti di "odio reciproco" che causa sempre e comunque una visione distorta della realtà.

 
11/11/2009 - La parete bianca. (FRANCO GRIZIOTTI BASEVI)

E' sufficiente mettere la bandiera italiana incrociata con quella europea per ottenere tre risultati molto importanti: * non avere simboli religiosi di alcun tipo * riproporre un senso d'appartenenza ai nostri figli cosa che considero oggi carente * eliminare la parete bianca Provi a smettere di pensare con la testa degli indottrinamenti religiosi che ha subito e vedrà che le verranno in mente anche ulteriori soluzioni per la parete bianca. Auguri!