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SCOLA/ 1. Magister: perché la Chiesa italiana ha dimenticato il bello?

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È quello che Benedetto XVI trasmette con grande forza non solo incontrando gli artisti, ma nell’insieme di tutta la sua predicazione: la percezione del divino dev’essere capace di mostrare la bellezza del divino stesso, che può valere molto più di tanti ragionamenti. Quello che può essere identificato con la bellezza Ratzinger in alcuni momenti lo ha identificato in modo ancora più concreto con quella scia che percorre tutta la storia della Chiesa e che è data dai santi e dall’arte cristiana. Sono modelli di percezione, quelli artistici e della santità vissuta, che non abbisognano di grandi ragionamenti, ma di essere visti, guardati, percepiti. È questa l’elementarità della trasmissione della fede cristiana.

 

Un’elementarità, lei dice, che buona parte della Chiesa ha dimenticato.

 

Sì. Basti pensare alla trascuratezza totale che l’arte cristiana ha oggi nella predicazione e nella trasmissione della fede da parte della Chiesa italiana: fatta di persone che predicano ogni domenica, in larghissima misura, avvolti da opere d’arte e non se ne accorgono, né inducono i fedeli a farlo e ad afferrare, attraverso di esse, il bello che è Dio.

 

È ancora possibile secondo lei una “strategia” della presenza cattolica? Scola sembra escluderlo: “l’identità non si comunica con strategie e progetti”. C’è il rischio che l’idea stessa di un progetto culturale cada nella “gestione” della fede?

 

No, direi che il progetto culturale della Cei, nel modo in cui concretamente ha preso forma grazie all’opera del cardinale Camillo Ruini, non è confondibile con questo rischio, anzi porta direttamente nella direzione opposta, incontrando quella indicata da Scola. Il progetto culturale non è uno strumento pensato per essere nelle mani di operatori “politici” che debbano percorrere strade particolari più adatte o consone agli interessi della Chiesa: niente di tutto questo. Per continuare la metafora, con il progetto culturale la Chiesa lavora a tutto campo, in modo “extraparlamentare”: pre-politico e post-politico.

 

Non vede dunque alcuna opposizione tra le due ispirazioni pastorali?

 

No. credo anzi che l’accordo tra Scola e la linea di Ruini, espressa dal progetto culturale, sia fortissimo. Anche se Scola non usa qui la parola “progetto culturale” né la usa mai, è straordinaria l’affinità tra quello che fa e dice e le ragioni alla base del progetto culturale. La mia convinzione anzi è che quello che Scola fa e dice esprime in modo creativo proprio il progetto culturale in atto in Italia.

 

C’è secondo lei un elemento che lega l’azione di Ratzinger a Scola e Ruini?

 

Che ci sia una sintonia di fondo tra queste tre grandi figure non c’è dubbio e io lo penso da molti anni, anche se sono persone che si muovono in modo abbastanza autonomo tra loro, non “concordato”, per così dire. Sono persone che partendo ognuno da una grande ricchezza culturale e teologica con caratteristiche personali e peculiari spiccate, si muovono sostanzialmente in sintonia e trovano elementi comuni molto forti. Filosofia e teologia sono campi nei quali ciascuno di loro, in modo diverso, ha detto e scritto cose importanti. Tutti e tre hanno intuito in anticipo e spiegato cosa è cambiato nella società e nella cultura degli ultimi decenni. Nella loro riflessione hanno affrontato di petto i problemi della modernità, spiegandola nei suoi pregi e difetti, senza rigettarla. E soprattutto, sono ottimisti: hanno grande fiducia nell’uomo, ma la loro è una fiducia realistica, e questo impedisce loro di illudersi sulla difficoltà di trasmettere la fede nel momento presente.

 

 



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