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SCOLA/ 1. Magister: perché la Chiesa italiana ha dimenticato il bello?

Pubblicazione:martedì 24 novembre 2009

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«Le parole di Scola mi ricordano un pericolo presente nella cattolicità italiana. Una tendenza, diffusa sia a livello del clero che del laicato, che potrei definire razionalizzante: quella cioè di cercare di “addomesticare” la fede cristiana in modo da poterla presentare nei termini della cultura moderna». Sandro Magister, vaticanista de L’Espresso, così commenta la recente intervista a ilsussidiario.net del cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia.

 

Secondo lei la proposta culturale della Chiesa italiana risponde al bisogno spirituale dell’uomo di oggi, per il quale “le due parole dominanti - come dice il cardinale Scola - sono felicità e libertà”?

 

Credo che il cardinale Scola, pur ritenendo sempre legittima la questione della verità, abbia voluto spostare l’accento sui valori più problematici nel confronto tra la Chiesa e la società attuale. Questa preoccupazione rispende all’esigenza di affrontare la società contemporanea sul suo terreno: felicità e libertà, che sono contrabbandati in qualche modo come i primi ideali di una società che vuole svincolarsi completamente dalla Chiesa, sono in realtà elementi essenziali della fede cristiana stessa. E confinano col tema della bellezza, molto caro a Benedetto XVI.

 

“L’esperienza del bello - ha detto il Papa sabato scorso agli artisti - , del bello autentico, non effimero né superficiale, non è qualcosa di accessorio o di secondario nella ricerca del senso e della felicità”.

 

Esatto. La via della bellezza è una via alla trascendenza. E felicità e libertà sono due declinazioni della bellezza. Un messaggio decisamente alternativo a quello lanciato da una parte pur importante della cultura moderna non con la Chiesa ma contro di essa.

 

Secondo lei che cosa teme di più la Chiesa italiana oggi? I pericoli di una scienza che pretende di manipolare l’uomo, o la politica sprofondata in uno stato di conflittualità permanente?

 

Opterei decisamente per il primo elemento, perché in fondo la conflittualità politica è un elemento del paesaggio umano che ha sempre accompagnato, e accompagnerà, la dialettica della presenza della Chiesa nella società. Mentre la tecnoscenza oggi pretende qualcosa di molto superiore a quello che pretendeva in passato: di incidere sulla vita umana fino a sconvolgere il dato biologico di partenza. Mostra la pretesa smisurata di influire sulla generazione stessa dell’uomo, e quindi sulla sua identità. Una cosa che la Chiesa non può accettare.

 

Contro il relativismo e lo smarrimento Scola afferma che c’è un punto fermo sul quale fede e ragione possono incontrarsi: quello “dell’esperienza morale elementare”, la traccia della dimensione spirituale dell’uomo. Quanto conta nella Chiesa italiana di oggi questo metodo?

 

Le parole di Scola mi ricordano un pericolo presente nella cattolicità italiana. Una tendenza, diffusa sia a livello del clero che del laicato, che potrei definire razionalizzante: quella cioè di cercare di “addomesticare” la fede cristiana in modo da poterla presentare nei termini della cultura moderna. Si trascura o si ignora per mancanza di sensibilità che il patrimonio di fede della Chiesa non è trasmissibile semplicemente cercando di spiegarlo, ma grazie ad un fattore “elementare”, e che consiste essenzialmente in quello che il cardinale Scola chiama l’incontro con una persona.

 

L’incontro con una ipotesi che spieghi la realtà tutta, afferma.

 

Ma c’è una precisazione importante da fare. E cioè che anche l’incontro non può e non deve essere pensato in termini astratti. Quando il cardinale Scola dice che l’esperienza elementare è “inaffondabile”, fa una riflessione che a mio avviso rimanda ulteriormente all’idea del bello.

 

Perché?

 

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