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Cronaca

ASSEMBLEA CDO 2009/ Intervento di Giorgio Vittadini a "La tua opera è un bene per tutti"

Vittadini_GiorgioR375.jpg(Foto)

4. Il valore dei movimenti

Quella di cui stiamo parlando non è una concezione utopisticamente “ottimista”. Noi sappiamo che l’esperienza del senso religioso è continuamente tradita dall’uomo, che esistenzialmente non riesce a reggere questa tensione costitutiva della sua natura. Tale tradimento è favorito nella situazione del mondo contemporaneo, dove la mentalità dominante tende a ridurre sistematicamente i desideri dell’uomo, cercando di governarli, di appiattirli, fino a creare, come afferma ancora Giussani «lo smarrimento dei giovani e il cinismo degli adulti» [].

 

Ma non può essere uno Stato hobbesiano a curarlo. È ancora il dinamismo del senso religioso e del desiderio a rispondere a questa inevitabile caduta, perché spinge a mettersi insieme intorno a criteri ideali: «È impossibile che la partenza dal senso religioso non spinga gli uomini a mettersi insieme. E non nella provvisorietà di un tornaconto, ma sostanzialmente; a mettersi insieme nella società secondo una interezza e una libertà sorprendenti (la Chiesa ne è il caso più esemplare), così che l’insorgere di movimenti è segno di vivezza, di responsabilità e di cultura, che rendono dinamico tutto l’assetto sociale» [].

 

I corpi sociali, le comunità intermedie non sono luoghi idilliaci, “puri”, dove non esista più la riduzione del desiderio, l’errore, l’egoismo denunciato da Hobbes. Sono piuttosto realtà dove una continua educazione a una riscoperta delle proprie esigenze strutturali aiuta le persone, in modo drammatico e mai concluso, a crescere, a prendere consapevolezza di sé e della realtà, a educare il proprio desiderio difendendolo contro le riduzioni proprie e del potere.

 

La conciliazione tra interesse del singolo e bene comune non avviene in modo coercitivo e repressivo, come nello schema hobbesiano, ma in una continua educazione all’esperienza della corrispondenza tra cuore e realtà, che rappresenta la vera soddisfazione, convenienza e libertà dell’uomo, anche in termini operativi, poiché, come dice ancora Giussani: «I movimenti non riescono a rimanere nell’astratto, ma tendono a mostrare la loro verità attraverso l’affronto dei bisogni in cui si incarnano i desideri, immaginando e creando strutture operative capillari e tempestive che chiamiamo “opere”, “forme di vita nuova per l’uomo”, come disse Giovanni Paolo II al Meeting di Rimini nel 1982, rilanciando la Dottrina sociale della Chiesa. Le opere costituiscono vero apporto a una novità del tessuto e del volto sociale» [].

 

Il principio di sussidiarietà, proprio della Dottrina sociale della Chiesa, ha a che fare con questa impostazione antropologica. Le persone sono, nella loro “mossa” ultima, desiderio irriducibile di bene; essendo per natura esseri relazionali si mettono insieme in movimenti e realtà associative determinati da criteri ideali che li sorreggono in questo cammino e li stimolano a costruire opere in risposta ai bisogni degli uomini; lo Stato è concepito a servizio di tali realtà e perciò delle persone.

 

Per questo nel nostro slogan diciamo che la sussidiarietà è l’altro nome della libertà. Questa è un’idea rivoluzionaria, non solo sotto il profilo antropologico, ma anche sotto il profilo sociale. È ciò che il papa dice ancora nell’Enciclica Caritas in veritate: «Accanto al bene individuale, c'è un bene legato al vivere sociale delle persone: il bene comune. È il bene di quel “noi-tutti”, formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale. Non è un bene ricercato per se stesso, ma per le persone che fanno parte della comunità sociale e che solo in essa possono realmente e più efficacemente conseguire il loro bene» (N. 7).

 

7 Giussani Luigi (2000), L’io, il potere, le opere. Contributi da un’esperienza, Marietti, Genova, p.168.

 

8 Giussani Luigi (2000), op cit., p. 168.

 

9 Giussani Luigi (2000), op cit., pp. 168-169.