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ASSEMBLEA CDO 2009/ Intervento di Giorgio Vittadini a "La tua opera è un bene per tutti"

Pubblichiamo il testo dell’intervento di Giorgio Vittadini all’Assemblea generale della Compagnia delle Opere

Vittadini_GiorgioR375.jpg (Foto)

Cosa implica dal punto di vista sociale un uomo che si muove con una coscienza così come l’ha descritta Carrón? Qual è il contesto in cui si trova a confrontarsi?

 

1. L’homo homini lupus di Thomas Hobbes

Le teorie oggi dominanti leggono l’azione economica, sociale e politica a partire da un’antropologia negativa. Lo statalismo oggi imperante si basa sulla sfiducia e il sospetto, cioè su una concezione di uomo negativa che ne mortifica le potenzialità e il positivo contributo che il singolo uomo può dare al bene comune, al progresso e alla lotta per la giustizia. Cosa avviene con Hobbes, quindi in tutta la modernità?

 

Il punto di partenza della concezione hobbesiana è la riduzione della natura a impulso di autoconservazione che determina tutti i comportamenti dell’uomo, dal profondo. Ma allora, in quanto l’uomo è spinto a conservare la propria esistenza fisica e a espandere il proprio potere sulle cose, l’uomo è, in linea di principio, ostile a ogni altro uomo: homo homini lupus. Ma se è così, solo il calcolo razionale del vantaggio e della sicurezza può indurre l’uomo a imporsi il vincolo sociale, a imporsi le leggi. Hobbes dice una cosa semplice, banale persino, ma gravida di conseguenze distruttive. Dice che la società non è una dimensione originale, cioè non è legata a quelle esigenze ed evidenze di verità, giustizia, bellezza che costituiscono la natura umana, ma è il frutto di un contratto.

 

Da questa idea negativa, deriva anche una concezione di uomo svincolato da ogni concreta appartenenza. Secondo questa mentalità, ogni forma di organizzazione sociale, movimento, realtà organizzata deve essere vista con sospetto. Dovrebbero esistere solo l’individuo e lo Stato, e il rapporto tra i due dovrebbe essere mediato solo da qualche padrone del vapore mediatico e da qualche intellettuale illuminato che, come demiurghi tra la terra e il cielo, indicano ai cittadini, ridotti a burattini, quali sono i comportamenti virtuosi.

 

Il punto dove vediamo meglio espressa questa concezione negativa dell’uomo è - oltre che in una certa pubblicistica - a proposito del sistema del welfare (istruzione, sanità, assistenza…). Pensiamo a un passaggio fondamentale della storia d’Italia, il momento in cui lo Stato, sotto il governo Crispi, alla fine dell’800 afferma che l’assistenza sociale non può più essere gestita dalla Chiesa, o dalle associazioni private, ma compete per intero allo Stato. Solo lo Stato può assumersi questo compito e realizzare il bene collettivo. Così, con questa scusa, ingloba tutti i beni ecclesiastici. Queste idee sono profondamente radicate dentro di noi, infatti ragioniamo sempre nei termini di un’antinomia fra Stato e privato, il primo organizza il bene comune, il secondo organizza l’egoismo.

 

Secondo Pierpaolo Donati [1] , il pensiero di Hobbes fa sì che nel welfare moderno sia sminuita l’importanza delle formazioni sociali intermedie, e sia limitato il pluralismo sociale come elemento costitutivo del welfare. Continua a dominare l’idea che qualunque intervento del privato nell’assistenza, nella sanità, nell’educazione, nel tempo libero sia portatore di interessi particolari in contrasto con il bene comune, misconoscendo il fatto che ci siano ideali che fanno muovere le persone per il beneficio della collettività, come mostra la realtà, anche storica.

 

1. Donati Pierpaolo (2007), “Sussidiarietà e nuovo welfare: oltre la concezione hobbesiana del benessere”, in Vittadini G., (a cura di), Che cosa è la sussidiarietà. Un altro nome della libertà, Guerini e Associati, Milano, pp. 27-50.

 

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