Cronaca
sabato 7 novembre 2009
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La tanto controversa legge 19 febbraio 2004 n.40 sulla procreazione medicalmente assistita – sottoposta anche al vaglio di una consultazione referendaria –, al quarto comma dell’art.14, in realtà, vieta espressamente «la riduzione embrionaria di gravidanze plurime».
Sorge allora la domanda di come sia stato possibile procedere agli aborti selettivi raccontati da Calabrese.
La risposta sta nell’ultimo inciso del citato art.14, quarto comma: «salvo nei casi previsti dalla legge 22 maggio 1978, n. 194», ovvero la vigente legge sull’interruzione volontaria della gravidanza.
E proprio qui sta il punto.
L’art. 4 della 194 consente il ricorso all’aborto, nei modi e termini stabiliti dalla legge, ogniqualvolta sussista un «serio pericolo per la salute fisica e psichica» della donna.
Per le puerpere del Sant’Anna, quindi, è stato sufficiente reperire una perizia medica psichiatrica in cui venisse evidenziato che la «gravidanza trigemellare rappresenta un grave pericolo per la salute psichica della futura madre». È bastato, come ha ricordato Calabrese, una semplice minaccia di depressione. A nulla rilevando, peraltro, il fatto che tutti e tre i nascituri fossero perfettamente sani.
Dopo un’iniziale perplessità da parte delle strutture sanitarie (solo il Sant’Anna di Torino non ha mai avuto dubbi di sorta), e l’immancabile incursione della magistratura (basta ricordare il decreto d’urgenza emesso, nel giugno del 2004, dalla dottoressa Emanuela Cugusi, giudice della sezione Persone e famiglia del Tribunale civile di Cagliari, con il quale è stata imposta al dott. Giovanni Monni, primario del Servizio di Ostetricia e Ginecologia dell'Ospedale Microcitemico del capoluogo sardo, l’esecuzione di un’embrioriduzione), questa sembra ormai l’interpretazione dominante: la Legge 194 prevale sulla Legge 40, anche per quanto riguarda la riduzione embrionaria.
E, ancora una volta, qui sta il punto.
Nonostante tutti gli strenui difensori della legge sull’interruzione della gravidanza, compresi quelli in buona fede, il concetto di «salute psichica» della donna rappresenta, in realtà, un enorme calderone capace di contenere di tutto. Attraverso quel criterio, tanto generico quanto indefinibile, possono passare le peggiori aberrazioni eugenetiche alla Marie Stopes, il più sfrenato individualismo, il capriccio sulla scelta di un sesso particolare del nascituro, persino, in teoria, una sadica crudeltà.
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