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ABORTO/ Uccidiamo un gemello su tre per tutelare la “depressione” delle mamme

Pubblicazione:sabato 7 novembre 2009

embrioR375_24mar09.jpg (Foto)

 

Ancora una volta bisogna ribadire che oggi in Italia, nonostante la petizione di principi della Legge 194, vige una piena applicazione del concetto di autodeterminazione della donna: in realtà, nessuno può impedire ad una donna maggiorenne non interdetta di abortire se essa lo vuole, qualunque siano i motivi della sua richiesta.

Fuori da ogni ipocrisia, bisogna ammettere che il nostro ordinamento giuridico riconosce ad un essere umano (la madre) il diritto assoluto di vita e di morte su un altro essere umano (il nascituro).

In quest’ottica si inserisce l’embrioriduzione, e l’episodio del Sant’Anna rende ancora più evidente tale principio. Posto, infatti, che gli embrioni da sacrificare erano perfettamente sani, non si è trattato in realtà di un’operazione eugenetica, ma soltanto del puro esercizio del diritto individuale della donna, della realizzazione di un mero desiderio soggettivo. La quintessenza del principio di autodeterminazione.

Tutto ciò, peraltro, ad onta di quanto stabilito, all’unanimità, dal Comitato Nazionale di Bioetica nel documento «Identità e Statuto dell’embrione umano» approvato il 22 giugno 1996, al cui punto 10 si legge: «Il Comitato è pervenuto unanimemente a riconoscere il dovere morale di trattare l'embrione umano, sin dalla fecondazione, secondo i criteri di rispetto e tutela che si devono adottare nei confronti degli individui umani a cui si attribuisce comunemente la caratteristica di persone, e ciò a prescindere dal fatto che all'embrione venga attribuita sin dall'inizio con certezza la caratteristica di persona nel suo senso tecnicamente filosofico, oppure che tale caratteristica sia ritenuta attribuibile soltanto con un elevato grado di plausibilità, oppure che si preferisca non utilizzare il concetto tecnico di persona e riferirsi soltanto a quell'appartenenza alla specie umana che non può essere contestata all'embrione sin dai primi istanti e non subisce alterazioni durante il suo successivo sviluppo».

Si tratta degli stessi embrioni sottoposti a procedura di “riduzione” presso l’Ospedale Sant’Anna di Torino?

Due corollari alle considerazioni suesposte.

Uno è legato al rischio (variabile da 5 all’8%) che la procedura di embrioriduzione determini, come effetto involontario, la soppressione di tutti i feti. L’esistenza di tale rischio è stata confermata dal fatto che una delle quattro mamme che si è sottoposta all’embrioriduzione presso l’Ospedale Sant’Anna, ha perso tutti i gemelli, in seguito alla rottura delle membrane. Anche sulle percentuali di rischio c’è qualcosa da dire. Come ha spiegato Claudio Giorlandino, presidente della SIDIP (Società italiana di diagnosi prenatale e medicina materno-fetale) «nel feticidio selettivo gli errori sono possibili e, nella maggior parte dei casi, non se ne ha notizia per la delicatezza delle vicende umane che si accompagnano e per l'impossibilità di arrivare a un contenzioso legale in considerazione del fatto che le donne sono ben informate, prima di sottoporvisi, e sottoscrivono un pieno consenso informato. Tale prassi, e tali errori, sono tecnicamente possibili e diffusi in tutto il mondo».

 

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