sabato 7 novembre 2009
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Il secondo corollario riguarda l’incredibile perplessità avanzata sulla vicenda da alcuni medici abortisti dello stesso ospedale Sant’Anna. Calabrese ne riporta alcune dichiarazioni nel suo articolo: «Ma in questo caso – dicono – siamo di fronte a tutt’altra questione: donne che hanno fatto di tutto per diventare madri, che hanno speso denaro ed energie fisiche ed emotive, decidono di sopprimere una vita diventata improvvisamente di troppo». Così spiegano perché sono a favore dell’aborto ma contro l’embrioriduzione. Non si comprende, in realtà, se l’atteggiamento di questi esimi medici – che non hanno optato per l’obiezione di coscienza – sia dettato più da una velata forma di ipocrisia che da un evidente schizofrenia morale. Un feticidio resta tale, indipendentemente dalle modalità con cui viene eseguito (aborto chirurgico, siringa letale, occlusione del cordone ombelicale, pillola RU486) e, soprattutto, a prescindere dalle personali motivazioni della madre. Così come un infanticidio resta tale a prescindere dalle modalità di esecuzione del reato e dalle recondite ragioni che spingono il colpevole. Non è un caso, tra l’altro, che proprio una delle mamme che si è sottoposta ad embrioriduzione, dopo l’operazione e in preda al rimorso, si sia rivolta alla dottoressa Sara Randaccio, psicologa e psicoterapeuta del Sant’Anna, in questi termini: «Dottoressa, mi sento come la Franzoni». La soppressione di un feto resta oggettivamente ed intrinsecamente un atto immorale, senza possibilità di distinguo circa i motivi che inducono a compierla. Questo vale per tutti, ma a maggior ragione per un medico abortista che pretenda un criterio differenziale nella soppressione degli embrioni. Quasi che alcuni di essi abbiano più diritto a vivere di altri. Introdurre una distinzione in questo senso, significa cadere nell’incoerenza morale.
Il secondo corollario riguarda l’incredibile perplessità avanzata sulla vicenda da alcuni medici abortisti dello stesso ospedale Sant’Anna. Calabrese ne riporta alcune dichiarazioni nel suo articolo: «Ma in questo caso – dicono – siamo di fronte a tutt’altra questione: donne che hanno fatto di tutto per diventare madri, che hanno speso denaro ed energie fisiche ed emotive, decidono di sopprimere una vita diventata improvvisamente di troppo». Così spiegano perché sono a favore dell’aborto ma contro l’embrioriduzione.
Non si comprende, in realtà, se l’atteggiamento di questi esimi medici – che non hanno optato per l’obiezione di coscienza – sia dettato più da una velata forma di ipocrisia che da un evidente schizofrenia morale.
Un feticidio resta tale, indipendentemente dalle modalità con cui viene eseguito (aborto chirurgico, siringa letale, occlusione del cordone ombelicale, pillola RU486) e, soprattutto, a prescindere dalle personali motivazioni della madre.
Così come un infanticidio resta tale a prescindere dalle modalità di esecuzione del reato e dalle recondite ragioni che spingono il colpevole. Non è un caso, tra l’altro, che proprio una delle mamme che si è sottoposta ad embrioriduzione, dopo l’operazione e in preda al rimorso, si sia rivolta alla dottoressa Sara Randaccio, psicologa e psicoterapeuta del Sant’Anna, in questi termini: «Dottoressa, mi sento come la Franzoni».
La soppressione di un feto resta oggettivamente ed intrinsecamente un atto immorale, senza possibilità di distinguo circa i motivi che inducono a compierla. Questo vale per tutti, ma a maggior ragione per un medico abortista che pretenda un criterio differenziale nella soppressione degli embrioni. Quasi che alcuni di essi abbiano più diritto a vivere di altri.
Introdurre una distinzione in questo senso, significa cadere nell’incoerenza morale.
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