BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

GIUSTIZIA/ Il caso Cucchi e l’impossibile riforma

Pubblicazione:

Giustizia_aulaR375_08gen09.jpg

A fare il magistrato c’è da non dormirci la notte. Incarnare la giustizia, rappresentarla o anche solo simboleggiarla… beh, c’è da tremare. Quando da una tua decisione dipende la vita di uomo, la sua distruzione o la sua salvezza, non c’è leggerezza possibile, non ironia né distacco.

 

Non si tratta del concetto astratto di Giustizia, infatti, ma di quell’essere umano preciso, unico e irripetibile e dotato (donato) di una vita unica e irripetibile. Aver a che fare con gli esseri umani è sempre complicato: è giallo, è nero, alto, vecchio, simpatico, irragionevole, esagerato, mite... quante sono le qualità e le loro combinazioni, tanti sono gli esseri umani. Al magistrato capita di incontrarne uno, quello lì, fatto così. Come si fa a “giudicare” un uomo?

 

Nella incredibile, pazzesca, terrificante storia del povero Stefano Cucchi, arrestato un pomeriggio in un giardino romano mentre portava a spasso il cane e annunciato morto in carcere una settimana dopo, mentre assistiamo al più che vergognoso rimpallo di tutti coloro che per dovere istituzionale dovevano tutelarne l’habeas corpus, da secoli pilastro della nostra civiltà, sarebbe interessante conoscere la posizione, il ruolo e le decisioni assunte dal magistrato che certamente se ne è dovuto occupare.

 

Risulta infatti che la convalida di un arresto sia di pertinenza di un magistrato, come anche l’eventuale decisione circa la destinazione al carcere o agli arresti domiciliari. Stefano era un tossicodipendente (“venti grammi di hashish e un po’ di cocaina” titola Il Foglio), pesava 43 chili al momento del fermo e 37 una settimana dopo. Per elencare i misteri e i sospetti di una settimana di tragedia non basterebbe una settimana di Sussidiario e tra carabinieri, guardie penitenziarie e medici se ne sono lette di tutti i colori.

 

Ma il magistrato che non ha concesso gli arresti domiciliari in quanto Stefano era “senza fissa dimora”, sapeva che i carabinieri avevano ispezionato casa sua e parlato con la mamma? E perché ha deciso mandarlo a Regina Coeli invece che assegnarlo a una comunità di recupero (come da Stefano richiesto)? Si può spedire in cella un uomo in quelle condizioni? Ha parlato con il suo avvocato, con suo padre, con la sorella? E come ha saputo della necessità di mandarlo alla sezione speciale dell’ospedale Pertini? Ha mai visitato questo reparto?

 

CONTINUA A LEGGERE L’ARTICOLO, CLICCA IL PULSANTE >> QUI SOTTO


  PAG. SUCC. >