BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

FINE VITA/ Serve una buona legge, non “inquisitori” laici

Pubblicazione:lunedì 28 dicembre 2009

Giustizia_Martello_OroR375_04mar09.jpg (Foto)

Ma non basta, gli inquisitori dell’anima arrivano a concludere che «non potrebbe esservi poi nulla di più esplicito nel dimostrare il modo del tutto soggettivo e libero di interpretare il sentimento religioso da parte di Eluana, di quella già ricordata ed icastica immagine consegnata all'istruttoria soprattutto dalla sua amica Laura Portaluppi, in cui Eluana accende sì un cero in chiesa, ma per chiedere come grazia non che il suo amico, in coma a causa di un incidente stradale, possa continuare a vivere, ma che invece possa morire». E qui, usando maldestramente gli strumenti teologici cui non sono evidentemente avvezzi, i magistrati commettono il macroscopico errore di confondere la “fides” con la “pietas”. Roba da primo anno di seminario.

 

Evidentemente convinta della propria competenza in materia, la Corte persiste in simili elucubrazioni teologali fino al punto di affermare - attraverso un laicissimo decreto - che nell’episodio della candela «si esprime indubbiamente un profondo sentimento religioso, che nasce e si sublima, nel rapporto con un’altra persona, nella più empatica pietà per la sua tragica condizione, e che non rifugge nemmeno dalla speranza o dalla convinzione dell'esistenza di una divinità trascendente che possa intervenire a risolvere dall'alto le tragedie umane; ma si esprime al tempo stesso anche la convinzione di come sia intollerabile e inconcepibile accettare la riduzione di sé a un corpo privo della possibilità di muoversi, di pensare e di sentire, e in definitiva incapace ormai di vivere una vita nel senso più umano e completo del concetto».

 

Ormai la Corte si è fatta prendere la mano ed esorbita sconfinando nell’enigmatico universo della mente, con riflessioni psicologiche di sapore junghiano, fino a spingersi nel campo della “proiezione del sé”. Elucubrano, infatti, i giudici milanesi: «Perché, a ben vedere, proprio il suddetto sentimento di pietà, che nell'occasione in cui Eluana chiese per il suo amico la grazia della morte la indusse ad interpretare questa come un bene, anziché come un male (ovvero, come dovrebbe o potrebbe dirsi restando nella sfera terminologica della sentenza di cassazione con rinvio, come il "best interest" per il suo amico nella condizione in cui costui si era trovato), altro non pare che il sintomo rivelatore della proiezione del sé di Eluana, del proprio modo di sentire e concepire la vita e la morte, del proprio modo di immaginare quale sarebbe stata, anche e in primo luogo per lei stessa, la soluzione migliore in quella data situazione: poter morire, assecondando un esito “naturale”, e non già consegnarsi al lungo trascorrere di una vita solo organica ed apparente, senza più contatti con il mondo esterno, e senza la possibilità di vivere coscientemente e pienamente la propria esperienza di vita».

 

Dopo essere stati rapiti dall’estasi dell’infervorata “disquisitio theologica” in salsa freudiana, i magistrati hanno un momento di resipiscenza e tornano alla realtà quando scrivono: «Ebbene, il compito di questa Corte è solo quello, per quanto ostico e ingrato, data la gravosa natura delle scelte del tutore soggette in questa sede a controllo e autorizzazione, che è stato segnato dalla pronuncia della Suprema Corte; ossia di controllare - con logico apprezzamento di fatto delle prove acquisite (insindacabile purché congruamente motivato) - la correttezza della determinazione volitiva del legale rappresentante dell'incapace nella sua conformità alla presumibile scelta che, nelle condizioni date, avrebbe fatto anche e proprio la rappresentata, di cui il tutore si fa e deve farsi “portavoce”: nulla di più e nulla di meno». Meno male!

 

CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO, CLICCA IL SIMBOLO >> QUI SOTTO


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >

COMMENTI
26/02/2010 - "Più si regola, meno si regola" (massari annalisa)

All'università si impara che in materia di diritto spesso "più si regola, meno si regola"; ovvero, più si cerca di regolamentare una materia per legge, maggiore è la casistica che resta fuori dalla pur minuziosa previsione normativa. Nel nostro sistema, a dettare la regola sulla delicatissima questione del fine vita, basterebbe l'art.32 c.2 della Costituzione che, nella sua limpida e ampia dizione, enuncia il principio della tutela e del rispetto della volontà, limitato solo dall'interesse generale, cioè quello che prevarrebbe, ad esempio, al verificarsi di un'epidemia. L'idea che il "fine vita" divenga materia da discutere dalla sola dottrina giuridica o dai politici nel loro agone, francamente terrorizza, anche perchè quello della bioetica è un terreno che diventa di scontro improduttivo: lo si è visto ripetutamente in questi anni. Che i giudici decidano se uno è cattolico o no poi, specie post mortem, crea veramente grossi imbarazzi, e non credo che mai dovrebbe essere oggetto di indagine se non indiziaria (come correttamente hanno poi concluso i giudici milanesi i quali, quindi, tutta quella riflessione, se/ce la potevano anche risparmiare). Se si mette mano a tale materia non aspettiamoci altro che scontri, nella speranza che a qualcuno non venga voglia di fare i conti su quanto costano i malati cronici o vegetativi alla stato, rinforzando una logica di cassa che non ci è propria ma che appartiene ad altre culture più materialiste e meno solidaristiche della nostra

 
03/01/2010 - fine vita e credo cattolico (MASSIMO MESINI)

In riferimento al tema in oggetto e come e' affrontato dalla sentenza sul caso Eluana E. non si puo' argomentare senza tenere conto che la fede al vangelo e all'insegnamento della chiesa ha il suo effettivo inzio quando la persona, facendo anche tesoro della educazone ricevuta, capisce e sceglie liberamente di aderire con le idee e la vita al senso di essa come espresso nelle parole e nello spirito sia del magistero che del vangelo. A questo punto che senso hanno le frasi "liberta' di coscienza".."una cosa è il senso religioso un'altra e' l'etica laica". Quindi impostare il discorso partendo dalla fede solo come derivazione di una educazione cattolica e' francamente una partenza zoppa direi senza nessuna consistenza in riferimento alla vera fede che e' matura responsabile e frutto di una scelta personale libera.Penso che lo spirito dell'autore dell'articolo in riferimento alla fede fosse questo, quindi positivo e sensato.

 
28/12/2009 - essere cattolici (claudio colombo)

Essere cattolici non significa credere genericamente in Gesù ma partecipare LIBERAMENTE alla vita della Chiesa Cattolica che NON è una democrazia, ricordandosi che a Pietro e ai suoi successori è stato affidato il compito di guidarla: il relativismo etico, denunciato da Benedetto XVI, è più che mai diffuso.

 
28/12/2009 - Automatismi. (andrea altana)

Secondo l'autore una persona, per il solo fatto di aver ricevuto un'educazione religiosa, dovrebbe automaticamente delegare alla Chiesa cattolica la decisione su quando e come morire, superando addirittura la sua volontà e quella dei suoi cari. Non finirà mai di sorprendermi come quel raffinato lavaggio del cervello chiamato Religione riesca a tramutare persone intelligenti e buone (come certamente è l'autore dell'articolo) in persone irragionevoli e crudeli.

 
28/12/2009 - FINE VITA: libertà di scelta (ivano sonzogni)

Sono cattolico dal punto di vista religioso, sono libero dal punto di vista etico! Non ammetto che alcuno al di fuori di me possa decidere di anticipare la mia morte o di posticiparla a proprio giudizio: sia esso un boia, un medico o un papa.