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TERREMOTO ABRUZZO/ Così scavo tra le macerie, con un telefono per vanga…

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Da quattro giorni è in sala operativa, a Roma, con i rappresentanti di tutte le componenti di protezione civile, istituzionali e non, interessate all’evento di calamità. L’intera giornata la passa quasi tutta al telefono, parlando con le unità che sono sul posto, ha sempre sott’occhio lo stato della situazione, tiene informati i vertici dello Stato. È stato difficile trovare il prefetto Francesco Paolo Tronca. Il Coordinamento di tutte le forze, in caso di calamità, spetta a Bertolaso, ma in sua assenza è presieduto dal capo Dipartimento dei Vigili del fuoco. Ora che Bertolaso è in zona di operazioni, a presiedere il comitato operativo è il prefetto Tronca.

«Ho vissuto tante emergenze di protezione civile - dice - fin dal 1980, quando ci fu il terremoto in Irpinia. Da allora, per trent’anni, mi sono sempre occupato di protezione civile, prima alla prefettura di Milano, dove ho concluso il mio mandato coordinando le operazioni di assistenza quando c’è stato l’incidente aereo di Linate, poi a capo dei Vigili. Ora, da qui, sono informato di tutte le operazioni che i Vigili hanno condotto, dall’arrivo, domenica all’alba, fino a due minuti fa».

A tre giorni dal sisma chiediamo a Tronca con quale stato d’animo affronta il suo compito, forse ancor più difficile per il fatto di non essere nelle zone colpite, dove il dramma si tocca, ha volti, nomi, è fatto di persone, di mezzi, di risorse da gestire. Ma preferisce parlare dei suoi uomini, più che di sé.

«No, nessuna stanchezza, o scoramento. La prima notte non ho dormito nulla, la seconda forse un paio d’ore, ieri due, tre ore al massimo. Giornate fatte di riunioni continue, di telefonate. Ci tiene su il pensiero fisso che ci sia ancora qualcuno sotto le macerie. Negli uomini, anche da qui, a distanza, ho percepito uno spirito di sacrificio e di abnegazione commovente. Là nessuno ha chiesto i turni, siamo stati noi a chiederli. Ci ha tenuto in piedi la volontà di cercare e di trovare sotto le macerie ancora qualcuno, persone, non cadaveri. È questo desiderio che ci ha dato la forza di andare avanti, scavando a mani nude fino all’ultimo. Ma lo vedo in tutti i soccorritori, tutti».

Tronca lascerà oggi Roma per L’Aquila, per essere ai funerali di Stato, e poi sarà a Bergamo, per le esequie del Vigile del fuoco Marco Cavagna, morto la mattina del 6 aprile. Per quanto efficiente possa essere la macchina dei soccorsi, basta una scossa a vanificare tutto. Già l’altro ieri, quando la volontà di uscirne aveva fatto sperare che il capitolo terremoto fosse concluso, che si potesse oramai parlare solo di ricostruzione, una nuova scossa ha rigettato tutti nella paura, ma senza cancellare del tutto la speranza. «Io ho visto gente diversa, che non si è depressa. Ognuno troverà, o non troverà, in sé stesso qualcosa a cui aggrapparsi, per tener viva la speranza che qualcosa cambi. Ci sono meno recriminazioni, meno polemiche politiche. Gli uomini, con in quali sono in contatto continuo, mi dicono che la gente si fa in quattro, è più disposta ad aiutare. È come se la sensibilità della gente avesse camminato, non fosse più dov’era prima, dove l’ho vista in Irpinia trent’anni fa. È una maturazione? Intanto è un dato di fatto. C’è una dignità composta, una pazienza nell’affrontare quello che non si può cambiare, che prima non c’era. Non voglio aggiungere nulla, per non fare retorica. Un prefetto rappresenta lo Stato. Se c’è più fiducia nello Stato, faremo il possibile perché sia ben riposta».

 

 



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