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DIARIO DA JERUSALEM/ Oggi ho imparato dal Papa e da mio figlio che alla ragione serve il perdono

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Caro Francesco, ieri sono andato a Betlemme. Ti dico subito che non ho mangiato la pasta con il pesto, che ti piace tanto, da Padre Severino. Ieri Severino aveva chiuso il ristorante e cucinava solo per il Papa. Chissà se gli ha preparato la pasta all’uovo, di cui è giustamente orgoglioso. Tu non lo sai ma questo francescano polacco, che parla benissimo italiano e che ti vuole bene, ama il “suo” ristorante e il “suo” albergo, ma ama più ancora le persone. E ti spiego perché.

Quando negli anni passati a Betlemme non c’era neppure un pellegrino, perché la guerra era più violenta, in tanti si lamentavano: «i nostri alberghi e i nostri negozi sono vuoti», ma poi dicevano «voi pellegrini venite e state tranquilli». Lui invece mi disse «il mio albergo è vuoto, ma è la gente più semplice di Betlemme a soffrire di più. E con il muro non può lavorare e non può muoversi più fuori dalla città». Insomma il suo cuore era triste, come i suoi parrocchiani. Prima di pensare ai turisti, ai pellegrini, agli alberghi e ai ristoranti, guardava in faccia la sua realtà, la guerra, l’assenza di giustizia e il muro che avanzava, condivideva tutta la sofferenza della gente. Non si può nascondere la polvere, cioè quello che è il male, sotto il tappeto, neppure per riempire le stanze di un albergo.

Oggi il Papa è passato attraverso il Muro di Betlemme. Per lui si è aperta una grande porta d’acciaio, che non è una porta d’onore come qualcuno, maldestramente, ha detto a Roma. Lui è passato velocemente. Ed anche noi, in verità, con il nostro passaporto italiano lo attraversiamo quando vogliamo. Gli abitanti di Betlemme ancora oggi non possono farlo. E non c’è distinzione, cristiani e musulmani sono uguali. Qualcuno, in realtà, ha un permesso speciale per passare. Qualcun’altro potrebbe chiederlo. Un tuo compagno, un po’ più grande di età, di Betlemme, mi ha detto: «io non chiederò mai un permesso agli israeliani; andrò a Gerusalemme, al Santo Sepolcro, solo quando avrò il mio passaporto».

Lontano da qui, in tanti non capiscono queste cose. Non comprendono che la sicurezza di alcuni è importante quanto la dignità di altri. I muri, ha detto ieri il Papa a Betlemme, si possono costruire velocemente. «Occorre magnanimità per ricercare la riconciliazione dopo anni di scontri armati» ha aggiunto sempre lui, il Papa. Sai cosa vuol dire? Che uno può avere ragione, ma bisogna perdonare. E tu Francesco mi hai fatto felice, quando nonostante le piccole e grandi violenze che vedi ogni giorno intorno a te, in questa terra, mi hai sgridato e mi hai detto «devi perdonare Ispi». La tua giovanissima e po’ sbadata babysitter filippina.

 

(Filippo Landi)

 

 



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