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DIARIO DA L'AQUILA/ La battaglia quotidiana del Colonnello Colonna

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Non c'è tempo per la licenza. Neanche se la tua famiglia ha paura dopo la scossa del 6 aprile, neanche se la tua casa è diventata un cumulo di macerie oppure è fortemente lesionata. Non c'è tempo per scegliere un albergo al mare, bisogna dare il proprio aiuto, donando se stessi ai bisogni degli altri.

 

Non uno, ma tanti soldati aquilani hanno deciso di rinunciare ai 45 giorni di cui avrebbero potuto fruire hanno seguito il tenente colonnello Vito Colonna dentro una tendopoli per aiutare la gente sfollata. «Il nostro è un impegno come uomini più che come soldati - ha detto Colonna- il lavoro viene dopo. Non potevamo abbandonare questa gente che ha bisogno. Anche noi, sicuramente, abbiamo i nostri problemi. Abbiamo però cercato di renderli il più leggeri possibile per aiutare chi è in difficoltà». Colonna è anche consigliere comunale, era stato il più votato dagli aquilani alle ultime elezioni comunali per il Pdl. «La gente mi dice che non capisce se sono di destra o di sinistra. Non faccio politica per apparire. Seguo quello che è il bisogno della gente, cerco di andare loro incontro. E in questo momento i bisogni sono tanti. per questo motivo quando ho detto ai miei uomini che c'era bisogno di noi in questa situazione post terremoto tanti sono stati con me e con me seguono le attività della tendopoli di Barete, si preoccupano di chi vive in altre strutture ma ha bisogno di mangiare».

 

La gente chiede, vuole risposte. A volte concrete, fatte di generi di prima necessità, a volte di parole, di vicinanza, di presenza. L’Esercito a Barete si pone questo obiettivo. La tendopoli è diventata un piccolo paese. Gli anziani si ritrovano insieme, per giocare a carte, le donne organizzano la recita del rosario, alle sei del pomeriggio. Nella tenda, così come si faceva nell’antica chiesetta. La mattina i militari aiutano due maestre, sotto un tendone. Un po’ asilo, un po’ scuola, l’importante è fare stare insieme i bambini.

 

«Un’esperienza difficile, triste, sicuramente unica», racconta ancora il tenente colonnello, Vito per tutti ormai. La tendopoli è sotto il sole. Non importa se è montagna. Fa caldo e basta. Vito ci fa entrare nella sua tenda, l’aria è irrespirabile, chissà quanti gradi, peggio di una sauna o di un bagno turco. Impossibile viverci dentro, impossibile riposare un poco. Dopo pranzo la situazione si fa più difficile. Anche “Sisma”, il pastore tedesco trovato e adottato dall’intera tendopoli dopo il terremoto, e per questo ribattezzato con un nome che segna il destino del paese, cerca un posto al’ombra. «E’ il momento più difficile per le persone più anziane – racconta ancora – non c’è posto per riposarsi». Qualche persona esce dalla tendopoli. Le donne cercano fiori da mettere sotto l’imponente croce che i vigili del fuoco di Treviso hanno realizzato subito dopo aver montato le tende. Una presenza concreta, che aiuta ad andare avanti. La gente accende i lumini sotto questa croce. Cristo c’è anche e soprattutto in questi momenti e il suo popolo non smette di rendergli grazie. «E’ tanta la gente che prega, tanti quelli che giorno dopo giorno si sono aggiunti a recitare il rosario». Un popolo che rimane unito e si ritrova nella preghiera.

 

(Fabio Capolla - Giornalista de Il Tempo)



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