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IL VIAGGIO/ Calabria, immergersi nella “geografia della bellezza”

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Sono passati trentacinque anni di viaggi quotidiani, di percorsi, di itinerari, ora molto faticosi, ora stupendi, ora monotoni, ma sempre attraversando la bellezza di questa terra.

Non è una bellezza consueta, uno splendore disegnato dai modelli mediatici, è qualcosa di decisamente anomalo rispetto a quello che un comune viaggiatore potrebbe attendersi.

I canoni della sua definizione nascono qui, nella fusione delle linee di terra e di mare, nella prepotenza sgargiante dei fiori della tarda primavera, nel profumo dolcemente inebriante della ginestra, che si arrampica selvaggia sui versanti delle colline, mai dolci nelle loro forme, quasi a sfidare gli elementi della natura in una compromissione assolutamente irrazionale.

Il mio viaggio è costruito sulla complessità degli sguardi, sulla percezione dei rumori del vento o del mare o dei rami degli alberi, sui profumi delle ginestre o delle rose, su una trama di immagini che è difficile districare, analizzare, scomporre.

E poi i volti delle persone, così superbe,così orgogliose, ma poi così insicure e, a volta, così ostili. Anche l’immagine della ostilità ha una sua bellezza, sia pure disdicevole, ma ugualmente elettrizzante.

Sono venuto in Calabria con la mia famiglia da trentacinque anni, sono venuto per esserci, per capire, per ascoltare e sono stato travolto da questa vertiginosa scompostezza delle forme, dai modi di vita, dagli sguardi, da un disordine diffuso, da una durezza radicata nel cuore e nella mente dei suoi abitanti.

Esserci ha voluto dire appartenere alla disarmonia della bellezza, che balenava in modo inconsueto nelle improvvisazioni del viaggio, con una inesistente sistematicità del comporsi e dello svanire.

Non è stato facile e non è facile ora che il viaggio è diventato più certo, più maturo, più attento, lievemente più decifrabile, ma con sferzate di energia sempre nuove e affascinanti.

Forse ha ragione Steinbeck quando diceva che gli uomini non fanno i viaggi, anzi, sono i viaggi che fanno le persone.

Io credo di essere stato catturato dagli elementi che hanno costruito un po’ alla volta il mio sguardo e il mio cuore. Sono stato educato dai viaggi a permeare la mia sensibilità al gusto di una bellezza così selvaggia da trasformare i miei parametri di valutazione e da confondermi ogni volta, secondo intuizioni diverse e introspezioni sempre più profonde.

Ho provato ad insegnare ai miei studenti questo modo nuovo di aprire gli occhi alla realtà, trascorrendo ore e ore sulle mie immagini della bellezza, dettagliando, chiosando nella disarmonia delle forme, spiegando il succedersi degli eventi, giudicandoli alla luce della scienza, incontrandoli per quello che sono nella realtà, senza pretendere da loro una ricomposizione sistematica o dialettica delle loro relazioni, senza tentare in qualche misura di ricalibrare una egoistica esposizione dei fatti.

Ho capito, spiegandola e percorrendola, che cosa potesse essere la loro terra, la bellezza della loro terra.

Ho anche capito che la loro terra non era la mia, che non lo sarebbe mai stata, nemmeno attraverso il dolore o la sofferenza provati dentro uno sguardo posato sulla bellezza, così audace e imponente nella sua configurazione, uno sguardo adagiato sulla terra per poter capire e amare ciò che incontravo.

E alcuni miei studenti hanno cominciato a capire, hanno cominciato a guardare, ad osservare il mistero dell’oggettività presente, stanno cominciando ad amare, alcuni sì, la bellezza dei luoghi, che hanno formato i loro genitori e le generazioni precedenti, i luoghi da cui dovranno, forse, andarsene, per cercare lavoro, ma se li porteranno nel cuore per sempre, perché il loro cuore è cambiato, è diventato un archivio di icone stupende, uno spazio in cui iniziare ad amare se stessi, con distacco o con affezione , ma con lo stupore di esserci e con una energia rinnovata dalla conoscenza del vero.

A me basta questo cambiamento, queste sono le mie radici abbarbicate in modo tenace alla dimensione autentica di una compagnia ritrovata, perché lì dentro, guardando la bellezza e provando ad aiutare i miei studenti a disegnarla nei loro cuori, sono cambiato io stesso insieme a loro in questo viaggio immenso ed infinito, che sembra continuare ogni giorno con armonia, suoni, colori, profumi, melodie, incertezze sempre diversi e sempre affascinanti.

La soddisfazione dell’esserci genera un’appartenenza gratuita e umile alla realtà.



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