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TERRA SANTA/ 1. Socci: le sfide di un viaggio per nulla politico

Pubblicazione:venerdì 8 maggio 2009

terra santa_custodiaR375.jpg (Foto)

 

Inizia oggi il pellegrinaggio in Terra Santa del Santo Padre Benedetto XVI. Un vero e proprio avvenimento: da una parte il peso politico e culturale di un viaggio che pone sotto i riflettori di tutto il mondo i diversi e drammatici problemi che segnano quella terra; dall’altra l’importanza per l’intera cristianità di vedere il successore di Pietro riandare sulle orme di Cristo. E questo è innanzitutto, secondo il giornalista e scrittore Antonio Socci, il primo e basilare significato di questo viaggio.

 

Socci, con quale animo e con quale speranza possiamo guardare a questo viaggio del Papa, così atteso e così impegnativo?

 

Innanzitutto penso che la prima e più importante prospettiva sia data dal fatto che il Papa andrà nei luoghi di Gesù. Quindi questo viaggio ha la dimensione di un vero e proprio pellegrinaggio, sulla scia di quelli che sono stati i precedenti viaggi di Paolo VI e di Giovanni Paolo II. Quelle strade, quei sassi, quelle case sono un richiamo al fatto che la salvezza è un avvenimento storico, accaduto nel tempo e nello spazio. Ci sono luoghi che hanno visto camminare e hanno sentito parlare il Re dei cieli. Questa mi pare dunque la prima questione: la commozione per quello che è accaduto duemila anni fa.

 

Quindi il viaggio in Terra Santa ripropone il tema centrale per questo pontificato della storicità dei Vangeli e della figura di Cristo?

 

È certamente un pellegrinaggio con una grande valenza culturale, legata all’instancabilità del Papa nella sottolineatura dell’avvenimento storico della salvezza. Facendo un piccolo passo indietro, è quello che abbiamo sentito dire con forza nei discorsi fatti dal Papa per la Pasqua; discorsi che hanno anche come bersaglio una certa teologia e alcune scuole teologiche che cercano di sciogliere la storicità del dato che è alla base del cristianesimo. A Gerusalemme, fra quelle pietre, in quel sepolcro preciso, in un giorno preciso, nella notte fra l’8 e il 9 aprile dell’anno 30 è stata sconfitta la morte. Questo è un fatto; ed è la stessa sottolineatura che Benedetto XVI ha fatto in occasione del Sinodo sulla Parola di Dio, come poi è stato chiaramente detto nell’intervento di Juliàn Carròn in quella occasione (intervento molto apprezzato dal Santo Padre). E infine è la stessa preoccupazione alla base del libro Gesù di Nazaret.

 

Storicità che è poi anche presenza, nell’oggi.

 

Sì: per riprendere il filo del discorso di Juliàn Carròn al Sinodo, cui ho appena accennato, quel fatto accaduto duemila anni fa è incontrabile oggi, è una presenza. Questo ci rimanda al secondo aspetto centrale di questo viaggio: l’importanza della presenza dei cristiani in quella terra. Una presenza spesso aggredita, ridotta, che a tratti sembra quasi in via di estinzione; ma, pur nella sua apparente debolezza, è la presenza che rende vivo e incontrabile anche lì, oggi come duemila anni fa, il fatto di Gesù.

 

L’aspetto prevalente di questo viaggio è dunque quello di ripercorrere le tracce della vita di Cristo. Ma molti lo guardano solo nella prospettiva politica: come unire i due aspetti e non considerarli come questioni giustapposte?

 

Per rispondere bisogna ritornare al discorso sulla presenza dei cristiani in quella terra: essi sono un vaso di coccio tra due vasi di ferro. In una tale condizione, ciò che hanno da portare non è solo la rivendicazione dei loro diritti minimi, ma anche qualcosa che può servire per il bene di tutti: l’attitudine al dialogo, alla carità, alla capacità di perdono, al non coinvolgere Dio nella violenza della storia e della politica. La loro stessa presenza è dunque un elemento di pacificazione. Per non dire poi che in una vicenda come quella del conflitto israelo-palestinese, che è sempre a rischio di incendiare il mondo, si ha quasi la sensazione che tutto sia ormai così annoso, che tutte le armi della politica e della diplomazia siano state così usate e usurate, da toccare con mano la consapevolezza che la pace può essere solo una grazia. Non è una fuga dalla realtà; è riconoscere l’evidenza del fatto che gli uomini da soli non costruiscono nessuna pace.

 

Nel programma del viaggio sono naturalmente previsti molti incontri con autorità islamiche: come guardare questo alla luce di quanto avvenuto in occasione del ben noto discorso di Ratisbona?

 

Prima di tutto bisogna ricordare un aspetto che non è stato compreso o che è stato ignorato da tutti quelli che allora hanno criticato il Papa: il fatto cioè che una chiave preziosa per leggere questo pontificato è la continuità con quello di Giovanni Paolo II. Non solo per la successione apostolica e la continuità oggettiva, ma anche per la continuità di giudizio, alimentata anche dalla grande amicizia personale tra i due. Ratzinger è colui che più ha riflettuto sul messaggio di Wojtyla; e quello che quasi nessuno ha capito è che il discorso di Ratisbona va letto come l’altra faccia della medaglia degli incontri di Assisi. Il contenuto di Ratisbona è lo stesso di Assisi, cioè la purificazione dell’idea di Dio, il non contaminare il sentimento religioso con la violenza umana, la violenza della storia. Assisi senza Ratisbona scade in quella lettura superficiale e sincretista che molti hanno dato; Ratisbona senza Assisi non viene compreso nel suo significato profondo, cioè nel fatto di essere una mano tesa, un tentativo di dialogo, e una riflessione sul senso religioso.

 

Perché secondo lei il cristianesimo ha la capacità di generare questo incontro fra religioni diverse?

 

Il cristianesimo, come diceva il filosofo René Girard, ha avuto un influsso notevole su tutte le culture e su tutte le religioni, anche al di là del fatto della conversione. Basta guardare quello che è successo in India: Gandhi stesso, in fondo, non sarebbe spiegabile senza il cristianesimo, e anche la democrazia in India non lo sarebbe. Il punto è che il cristianesimo è in grado di generare uno straordinario effetto di purificazione dell’idea di Dio e del senso religioso. È questo che permette di generare un vero incontro e un vero dialogo.

 

Molto discusso è anche il rapporto di questo Papa con gli ebrei: da questo punto di vista, che novità possono arrivare dal viaggio in Terra Santa?

 

L’ultimo e più noto episodio nei rapporti tra questo Papa e gli ebrei è il bellissimo passaggio contenuto nella lettera ai vescovi dopo la vicenda Williamson-lefebvriani: un accenno molto delicato e commovente, in cui Benedetto XVI ha sentitamente ringraziato i fratelli ebrei per aver dimostrato comprensione, mentre c’erano molti cattolici che lo attaccavano. Una dimostrazione di simpatia e di affetto veramente toccanti. Inoltre non bisogna dimenticare che molti dei cristiani che il Papa incontrerà sono cristiani ebrei. Questo per richiamare al fatto che non solo la Chiesa ha origine dal popolo ebraico, ma che il fatto stesso della storia della salvezza è all’inizio la storia del popolo ebraico. Una storia che poi diventa, con la Chiesa, storia di tutti i popoli.

 

 



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COMMENTI
10/05/2009 - Spirito di Assisi (loris SOleri)

No Socci, lasciamo stare Assisi coi suoi incontri ecumenici. Ratisbona non c'entra niente con quegli incontri. Assisi porta solo ad un miscuglio religioso che tanti fuori dalla Chiesa perseguono. Bastano loro a far danni.