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PAPA/ “Deploriamo le infedeltà preti, ma ricordiamo quelli fedeli”

Benedetto XVI ricorda così la «fedeltà coraggiosa di tanti sacerdoti che, pur tra difficoltà e incomprensioni, restano fedeli alla loro vocazione» nella lettera che ha indirizzato a tutti i sacerdoti del mondo

Le “infedeltà” dei sacerdoti non sono «mai abbastanza deplorate»: è «la Chiesa stessa a soffrirne» ed «è il mondo a trarne motivo di scandalo e di rifiuto». Ma, ricorda il papa chiamando tutti i preti cattolici a una «forte e incisiva testimonianza nel mondo di oggi», ci sono anche tanti preti veri e «non è tanto la puntigliosa rilevazione delle debolezze dei suoi ministri che può giovare alla Chiesa». Benedetto XVI ricorda così la «fedeltà coraggiosa di tanti sacerdoti che, pur tra difficoltà e incomprensioni, restano fedeli alla loro vocazione». Nella lettera che ha indirizzato a tutti i sacerdoti del mondo in occasione dell'anno sacerdotale che inaugurerà domani, papa Ratzinger ha sottolineato anche «le numerose situazioni di sofferenza in cui molti sacerdoti sono coinvolti, sia perché partecipi della esperienza del dolore nella molteplicità del suo manifestarsi, sia perché incompresi dagli stessi destinatari del loro ministero: come non ricordare - scrive il papa - i tanti sacerdoti offesi nella loro dignità, impediti nella loro missione, a volte anche perseguitati fino alla suprema testimonianza del sangue?». La lettera ai preti di tutto il mondo serve al papa per tracciare l'identikit del parroco e della sua missione e giunge dopo che nelle scorse settimane Benedetto XVI ha tenuto due vertici in Vaticano, con la Chiesa irlandese e con quella austriaca, in cui sono state affrontate alcune “infedeltà” dei sacerdoti, in particolare la pedofilia per l'Irlanda e i preti concubini per l'Austria. Oltre al ricordo dei preti “martiri” e alla condanna delle infedeltà (la pedofilia non è mai citata esplicitamente) papa Ratzinger, a partire da ricordi personali come l'incontro con il suo primo parroco che aiutò dopo l'ordinazione e dal confronto con la figura del curato d'Ars, evangelizzatore della Francia dell'Ottocento, definisce «doveroso estendere sempre più gli spazi di collaborazione ai fedeli laici, con i quali - rimarca - i presbiteri formano l'unico popolo sacerdotale». Se il Concilio, ricorda il pontefice, ha chiesto di riconoscere «la dignità dei laici», i preti «siano pronti ad ascoltare il parere dei laici, considerando con interesse fraterno le loro aspirazioni e giovandosi della loro esperienza e competenza nei diversi campi della attività umana, in modo da poter insieme riconoscere i segni dei tempi». Solo preti “incarnati” e capaci «di una profonda vita spirituale», raccomanda il pontefice, possono «trasformare il cuore e la vita di tante persone», facendo loro percepire «l'amore misericordioso di Dio». A un buon prete, suggerisce, non deve mancare la Parola di Dio, unica in grado di evitare che «nasca un vuoto esistenziale in noi e sia compromessa la fiducia nel nostro ministero». E, come disse Paolo VI, ricordiamo che il mondo contemporaneo «ascolta più volentieri i testimoni che i maestri». Nella lettera, il papa accenna anche alla necessità che i preti vivano in comunità, accolgano con fiducia i movimenti ecclesiali e siano obbedienti ai vescovi. Chiede anzi una «fraternità sacerdotale effettiva e affettiva»: «solo così - commenta - i sacerdoti sapranno vivere in pienezza il dono del celibato e saranno capaci di far fiorire comunità cristiane nelle quali si ripetano i prodigi della prima predicazione del Vangelo».

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