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ENCICLICA/ La lezione di Benedetto XVI: rimettere l’economia al servizio dell’uomo

Pubblicazione:sabato 11 luglio 2009

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Da oltre due anni sono impegnato nella stesura di un libro dal titolo “L’impresa sostenibile: riflessioni sulle encicliche sociali dei papi”. Questo lo pongo a preludio perché l’attesa di questa nuova enciclica sociale ha destato in me, ovviamente, particolare interesse e adesso una particolare attenzione.

Lunedì prossimo il Vicariato di Roma ha chiesto a me e ad altri docenti degli Atenei romani di presentare al mondo accademico la nuova enciclica, anche in vista di un Workshop che dovrà concludersi nel prossimo giugno con un convegno internazionale sul tema e che vedrà impegnati i docenti cointeressati dei vari Atenei romani in un continuo e sistematico lavoro seminariale nel prossimo anno accademico.

L’impazienza e l’urgenza mi hanno imposto una prima lettura della Caritas in Veritate e qui intendo – in quanto economista aziendale – portare alcune considerazioni-riflessioni.

Una riflessione generale. Siamo di fronte – pur nella continuità con tutta la Dottrina sociale della Chiesa – a sottolineature di particolare vigore e di sostanziale richiamo. La persona umana è al centro di tutta l’economia: non è l’economia che determina l’uomo, ma è l’uomo che si serve dell’economia. Così scrive infatti il Papa: «Desidererei ricordare a tutti, soprattutto ai governanti impegnati a dare un profilo rinnovato agli assetti economici e sociali del mondo, che il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l'uomo, la persona, nella sua integrità: “L'uomo infatti è l'autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale”» (par. 25). Ovviamente il mettere la persona umana al centro dell’economia comporta parametri di riferimento di tipo etico diversi da quelli normalmente assunti dal modello capitalistico classico e neoclassico. L’etica di questo capitalismo è un’etica “utilitaristica” cioè è un’etica che pone il profitto come esclusivo ed unico punto di riferimento concretamente perseguibile.

Benedetto XVI in piena continuità ed armonia con le encicliche sociali dei Suoi Predecessori – pur affermando l’importanza del profitto – afferma che questo non può e non deve essere l’unico parametro di riferimento dell’economia. Egli infatti, riconducendosi al principio del bene comune (che è diverso dal bene totale) fondato sui principi della solidarietà e della sussidiarietà, avanza – forse con maggior vigore dei Suoi Predecessori – il principio della fratellanza-reciprocità che deve condurre l’essere umano e tutta l’economia alla ricerca di “qualcosa di più” di quello che normalmente accade tradizionalmente nel mercato: non solo scambi di equivalenti contrattualmente prestabiliti, ma apertura al di più, al dono. Egli infatti scrive: «Il dono per sua natura oltrepassa il merito, la sua regola è l'eccedenza. Esso ci precede nella nostra stessa anima quale segno della presenza di Dio in noi e della sua attesa nei nostri confronti […] dobbiamo precisare, da un lato, che la logica del dono non esclude la giustizia e non si giustappone ad essa in un secondo momento e dall'esterno e, dall'altro, che lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità» (par 34). E ancora «il mercato è soggetto ai principi della cosiddetta giustizia commutativa, che regola appunto i rapporti del dare e del ricevere tra soggetti paritetici. Ma la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l'importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato. […] Infatti il mercato, lasciato al solo principio dell'equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica» (par. 35).

Quanto appena detto riverbera tutte le sue conseguenze sullo stesso modo di concepire l’azienda e la stessa impresa, infatti: «la gestione dell'impresa non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell'impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori di produzione, la comunità di riferimento» (par. 40). Ciò comporta una riflessione sulla eticità della produzione economica, ma anche, forse soprattutto, sulla distribuzione della ricchezza che l’impresa tramite il surplus-profitto ottiene. Comporta altresì che la scelta degli investimenti debba perseguire vie opportunamente orientate al bene comune, alla solidarietà e alla reciprocità, tenendo conto che come diceva Giovanni Paolo II: «investire ha sempre un significato morale» per cui il concetto di imprenditorialità «ha e deve sempre più assumere un significato plurivalente» giacché «l'imprenditorialità, prima di avere un significato professionale, ne ha uno umano. Essa è inscritta in ogni lavoro, visto come “actus personae”, per cui è bene che a ogni lavoratore sia offerta la possibilità di dare il proprio apporto in modo che egli stesso “sappia di lavorare ‘in proprio’”» (par. 41). Dal che ne consegue, a nostro personale avviso, che Benedetto XVI riportandosi in pieno ai Suoi Predecessori, sottolinea il primato del lavoro su quello del capitale e pertanto pone a noi economisti aziendali il compito per la ricerca e la proposta di nuovi modelli aziendali, ove il profitto non diventi il punto finale del tutto, ma esso possa e debba essere considerato come un possibile re-investimento nella socialità a favore della persona umana. Egli infatti, giustamente, afferma che la vecchia dicotomia tra aziende profit e aziende non profit non ha ragione più d’essere, ma è necessario che – prendendo spunto essenzialmente dal principio di sussidiarietà e dalle sue variegate possibilità di applicazione nel reale sempre collegato al principio di solidarietà ed al principio di fratellanza-reciprocità – si effettuino in maniera creativa nuove proposte aziendali rivolte al mercato e al non mercato nell’interesse del bene comune.

Egli, infatti, scrive: «Manifestazione particolare della carità e criterio guida per la collaborazione fraterna di credenti e non credenti è senz'altro il principio di sussidiarietà, espressione dell'inalienabile libertà umana. La sussidiarietà è prima di tutto un aiuto alla persona, attraverso l'autonomia dei corpi intermedi […]. La sussidiarietà rispetta la dignità della persona, nella quale vede un soggetto sempre capace di dare qualcosa agli altri. Riconoscendo nella reciprocità l'intima costituzione dell'essere umano, la sussidiarietà è l'antidoto più efficace contro ogni forma di assistenzialismo paternalista» (par. 57).

Richiami assai intelligenti (nel senso che leggono dentro la realtà) Benedetto XVI ne avanza rispetto al concetto dell’ambiente-natura. Egli addirittura definisce la natura una vocazione. Su questo argomento ci riserviamo successive riflessioni.



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