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ALPINISMO/ Addio a Riccardo Cassin, il signore delle cime

FEDERICO FERRAU’ ricorda lo scalatore recentemente scomparso all’età di 100 anni. Un esempio per tutti coloro che hanno intrapreso la dura vita dell’alpinismo nonché un detentore di numerosi primati fra le rocce italiane e internazionali

cassinR375_07ago09.jpg (Foto)

Riccardo Cassin se n’è andato. A cento anni si è spento uno tra i più grandi alpinisti di ogni tempo, forse il più grande in assoluto. Con tutta l’antipatia dovuta per le classifiche, soprattutto in un campo come l’alpinismo, dove non c’è un terreno di gioco uguale per tutti, dove non ci sono cronometri e che, come è stato scritto, «è tutto meno che sport», bisognerà rassegnarsi e semplificare, certo in modo azzardato, per rendere alla storia, e all’uomo, quel che gli appartiene.

I lettori troveranno oggi su tutti i giornali un profilo del personaggio, la sua storia, qualche brano originale dei sui racconti di scalata. E soprattutto l’elenco delle sue salite straordinarie, una serie di nomi sconosciuti ai più, ma stampati nella testa di tutti coloro che non solo vanno in montagna, ma trovano soddisfazione nel conoscere le vicende degli uomini che si sono indissolubilmente legati ad essa.

Al grandissimo pubblico, che negli ultimi vent’anni ha associato alla parola alpinismo il nome di Messner e la scalata dei quattordici Ottomila, o le tragedie di cui ogni estate leggiamo, rassegnati, i dettagli sui giornali, il nome di Cassin non dirà granché. Saranno però sorpresi, questa volta, dal moltiplicarsi di interviste, testimonianze, speciali, rassegne. Destinate, com’è naturale, a rifluire dai grandi quotidiani alla stampa specializzata. Dove non può arrivare l’informazione, questa volta deve farlo l’immaginazione del lettore, con l’aiuto di qualche foto in bianco e nero e un pizzico di senso storico.

Cassin ha compiuto le sue grandi scalate in un’epoca in cui la pratica della montagna, per un fatto culturale e a volte, purtroppo, anche politico, faceva parte del sentire popolare. Spiace che oltre l’esaltazione romantica molto spesso non si sia stati capaci di andare, e che l’alpinismo moderno, che troppo facilmente ha sostituito all’enfasi dello spirito la tecnica e la prestazione, con la retorica abbia scaricato anche l’ansia di infinito e la passione per la bellezza che l’andar per monti ha significato per intere generazioni, e che ha fatto di ogni alpinista uno scopritore, prima che un atleta. Come è stato per Cassin, e per tutti i grandi scalatori del suo tempo.

Se si vuol capire davvero chi era Cassin, bisogna andare sotto le pareti nord delle Tre Cime di Lavaredo, nelle Dolomiti. Ci scuserà, il lettore, se prendiamo una delle “cartoline” forse più banali dell’immaginario e delle rappresentazioni alpine; ma percorrere le tracce di sentiero che portano alle base delle pareti nord, muraglie gialle verticali e strapiombanti, apparentemente inscalabili, alte più di cinquecento metri, lascerà una profonda impressione anche in chi nella montagna vede solo un mucchio di sassi. Giunto sotto la parete nord della Cima Ovest, vedrà non soltanto una parte verticale, ma una gigantesca scala rovescia di strapiombi che si susseguono verso l’alto, all’indietro, fino a precludere completamente la vista della vetta. Nel 1933, Cassin e Ratti riuscirono dove ventisette cordate, in un vero e proprio assedio, avevano fallito, dove persino Emilio Comici aveva desistito. Si erano fermate in prossimità di un traverso che, sopra un vuoto assoluto e con difficoltà tecniche al limite per l’epoca, portava fuori dalle maggiori difficoltà, ma precludeva la via del ritorno. Cassin attaccò con le intemperie, per “soffiare” la prima alla cordata di Meindl e Hintermeier, che bivaccavano sotto la parete. Al prezzo di sforzi esasperanti, costati due bivacchi in parete, e di una fatica psichica che, ancora oggi, più di settant’anni dopo, per molti ripetitori non ha eguali, Cassin tradusse un desiderio in realtà, semplicemente. Una delle più grandi “prime” delle Alpi intere era fatta, e uno dei più grandi sogni di montagna prendeva corpo. Senza goretex né corde di nylon, ma con chiodi pesanti, costruiti a martellate nell’officina sotto casa, corde di canapa, e pedule in suola di feltro.

Cassin ha posto la sua “firma” sui maggiori problemi delle Alpi del suo tempo: parete nordest del Badile, sperone Walker alle Grandes Jorasses, Aiguille de Leschaux, spigolo sud della Torre Trieste, Prima Sorella del Sorapiss, Piccolissima di Lavaredo, Sasso Cavallo, solo per citare le vie più note. E poi le spedizioni extraeuropee, nel Karakorum e in Alaska, al McKinley. All’epoca tutte le cime erano state salite per la via più facile; restavano i cosiddetti “problemi”, cioè percorrere le vie più difficili alle cime, quegli itinerari che andavano scovati nelle pieghe della montagna, chiedendo allenamento, grandi capacità tecniche, risorse fisiche e mentali da spendere, in un attacco vero e proprio dove la vita, per molti alpinisti, rappresentò la moneta di cambio delle loro aspirazioni. Cassin, con grande umiltà, senza distribuire “patenti” di alpinismo, fuori da sponsorizzazioni e circuiti pubblicitari, ha fatto la sua stagione, quarant’anni di montagna al massimo livello mondiale, si è ritirato e ha raccontato agli altri il “suo” alpinismo. Fino a ieri.

 

(Federico Ferraù)

 

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COMMENTI
09/08/2009 - Un vero signore (Giuseppe Crippa)

Un grazie per questo ritratto di Cassin, giustamente descritto come “uno scopritore, prima che un atleta” e uno dei massimi interpreti di una attività che definire semplicemente “sportiva” è davvero estremamente riduttivo. Aggiungerei soltanto che Cassin, amaramente escluso dalla spedizione per il K2, ha mostrato poi le sue qualità umane e la sua capacità di animare alpinisti più giovani di lui a lavorare insieme in numerose spedizioni da lui guidate, a partire da quella, coronata dal successo, alla cima himalayana del Gasherbrun IV (che non è un “ottomila” solo per 20 metri!!!), tecnicamente almeno di pari difficoltà, cui sono seguite moltissime altre, tra le quali la conquista della cima più alta dell’Alaska, il monte Mc Kinley. La stima, il consenso e la fiducia accordatagli da questi alpinisti sono la conferma del fatto che Cassin non solo viveva, ma sapeva comunicare, come dice Ferraù, “l’ansia di infinito e la passione per la bellezza che l’andar per monti ha significato per intere generazioni, e che fa di ogni alpinista uno scopritore della bellezza”.