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INTEGRAZIONE/ Sbai: non ripetiamo gli errori della Gran Bretagna

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Vi è oggi dunque la necessità di un nuovo pensiero, di una nuova ermeneutica, prima di tutto in seno alle comunità musulmane. E i moderati devono farsene portavoce. E’ quello che già Rachid Benzine, intellettuale politologo e ricercatore marocchino di ermeneutica, formatosi in Francia, ha ben descritto nella necessità e nell’improcrastinabilità dello sviluppo intellettuale dell’Islam. Un Islam, c’è peraltro da aggiungere, frastagliato nelle identità e nelle forme, un Islam che Adbennamour Bidar, filosofo francese musulmano docente all'Università di Nizza, ha ben definito Self-Islam: «una cultura dell'autonomia e della scelta personale, quindi una cultura della diversità e dell'identità differenziata: un Islam degli individui e non della comunità».

 

Se è vero che il musulmano europeo non può essere posto con faciloneria all’interno di clichettroppo comodi da usare, è pur vero che oggi egli rischia di cadere nella rete dell’estremismo, di esserne sedotto, di esserne addirittura indotto. Ecco perché credo che indicare, come fa Boeri, l’esperienza (fallita) di integrazione dei musulmani in un Paese come la Gran Bretagna, costituisca un errore storico, sociologico, antropologico e semiologico che non ha eguali. Basta guardare come la pratica delle corti sharitiche (ne esistono ad oggi 85) si sia diffusa a macchia d’olio in Gran Bretagna, andando a costituire una pericolosa fonte di giurisprudenza parallela che tende a sovrapporsi e a sostituirsi alle corti inglesi.

 

Non è vero che in Inghilterra il fenomeno del reclutamento da parte di estremisti sia minoritario e di poco conto. Basterebbe fare un giro dentro alcune moschee per avere subito la percezione del pericolo che tutta l’Europa sta correndo. Un rischio che alcuni tendono purtroppo ancora a sottovalutare. Ha ragione ancora Sartori quando afferma che «fermo restando che ogni estraneo (straniero) mantiene la sua religione e la sua identità culturale, la sua integrazione richiede soltanto che accetti i valori etico-politici di una Città fondata sulla tolleranza e sulla separazione tra religione e politica. Se l’immigrato rifiuta quei valori, allora non è integrato; e certo non diventa tale perché viene italianizzato, e cioè in virtù di un pezzo di carta».

 

Se l’immigrato di fede musulmana non è disposto a fare propri i valori contenuti nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo e del Cittadino, compreso il principio di parità tra uomo e donna, sarà un’utopia pensare di poterlo integrare. Quando la religione radicale diventa politica e quando la politica usa la religione per legittimare il proprio potere e il proprio status si assiste a una naturale tendenza all’assolutizzazione del pensiero, delle prassi, dei linguaggi. Oggi i radicali musulmani hanno a loro disposizione non solo molto denaro, ma tendono a impossessarsi dei mezzi di comunicazione: entrano nelle case attraverso internet e la tv satellitare, entrano a far parte della quotidianità della gente.

 


COMMENTI
12/01/2010 - andiamo piano con Sartori.Meglio Benedetto XVI (attilio sangiani)

non credo che Sartori sia un maestro attendibile. Non fa altro che volgarizzare malamente la "lectio magistralis" del Papa Benedetto a Ratisbona. Però il Papa non ha "Separato la religione dalla politica". L'ha solamente "distinta". "Separare" e "distinguere" non sono sinonimi. I cristiani distinguono ma non separano. In più non impongono con "fatwe" le loro verità di fede,ma,sull'esempio del Maestro le "propongono": "....se vuoi....". Sartori,da laicista quale è,vuole imporre la "separazione",cominciando dai cristiani....