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INTEGRAZIONE/ Sbai: non ripetiamo gli errori della Gran Bretagna

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Lanciano fatwe (condanne a morte), impongono il loro pensiero. Negando tutto ciò che è altro da sé. E questo corrisponde a un preciso obiettivo politico. Per questo non mi stupiscono le dichiarazioni che annunciano la formazione di partiti di ispirazione islamica, come avvenuto in Spagna o come paventato per le liste civiche di Milano. Allora, parlando di Islam, è necessario non dimenticare le lotte interne dovute a un mancato processo di secolarizzazione, a una primavera delle idee non ancora avvenuta.

 

Una primavera che è stata bloccata e i cui esponenti sono spesso stati minacciati di morte, ridotti al silenzio, all’esilio, alle umiliazioni delle pubbliche calunnie: parlo di Ali Abderraziq, di Mohammed Khalafallah, di Taha Hussein, di Nasr Amid Abu Zayd, di Mohammed Iqbal, di Fazlur Rahman, di Mahmoud Mohamed Taha, di Najib Mahfoud, solo per citarne alcuni. Ormai non si può più attendere: è necessario che vi sia un grande impegno, reale, concreto, sulla questione da parte di tutti, musulmani, non musulmani, società civile, intellettuali, studiosi, scrittori, poeti, politici, amministratori. Perché il libero pensiero possa riuscire a venire fuori, a esprimersi.

 

I musulmani non sono, per fortuna, tutti kamikaze ed è nostro compito non permettere che le nuove generazioni lo diventino o che possano cadere in questa tentazione. C’è da non lasciare spazio alle derive estremiste. C’è, come dice Benzine, da ripensarsi e reinterpretarsi alla luce delle scienze umane. Per fare in modo che non possa scatenarsi “l’uomo bomba, il martire della fede che si fa esplodere”. Per fare in modo che non si creino ghetti.

 

Ecco perché le voci di intellettuali devono potersi levare chiare e forti, senza temere rappresaglie, condanne a morte, eccidi in nome di violenza travestita da precetti religiosi. In questo i fatti di Algeria hanno tristemente fatto scuola, seminando odio e terrore, usando il coltello come arma di soppressione intellettuale prima che politica. E nessuno si è mai preoccupato di trascinare presso la Corte Internazionale dell’Aja i responsabili di questa carneficina.

 

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COMMENTI
12/01/2010 - andiamo piano con Sartori.Meglio Benedetto XVI (attilio sangiani)

non credo che Sartori sia un maestro attendibile. Non fa altro che volgarizzare malamente la "lectio magistralis" del Papa Benedetto a Ratisbona. Però il Papa non ha "Separato la religione dalla politica". L'ha solamente "distinta". "Separare" e "distinguere" non sono sinonimi. I cristiani distinguono ma non separano. In più non impongono con "fatwe" le loro verità di fede,ma,sull'esempio del Maestro le "propongono": "....se vuoi....". Sartori,da laicista quale è,vuole imporre la "separazione",cominciando dai cristiani....