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INTEGRAZIONE/ Sbai: non ripetiamo gli errori della Gran Bretagna

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La storia recente del pensiero musulmano è costellata di nomi legati ai tentativi di riforma dell’Islam: Adbul Karim Sorouth (Iran), Mohammed Atkoun (Algeria - Francia), Fazlur Rahman (Pakistan morto nel 1988), Nasr Amid Abu Zayd (Egitto), Hassan Hanafi (Egitto), Abdelmajid Charfie (Tunisia), Mohammed Talbi (Tunisia), Farid Esack (Africa del Sud), Ebrahim Moosa (Africa del Sud), Asghar Ali Engineer (India), Abdullahi an Naim (Sudan), Muhammad Sharour (Siria), Chandra Mouzzafar (Malaisia), Amina Wadud (Malaisia), Rifat Assan (Stati Uniti).

 

Parafrasando Benzine, ritengo sia indispensabile che i musulmani riflettano insieme per costruire un nuovo linguaggio comune, che tenga conto di tutti i «non-pensati» delle loro società. Come ha ben ricordato Tahar Ben Jelloun in un bell’articolo pubblicato da L’Espresso della scorsa settimana la cultura e la religione contemplano il concetto di libero arbitrio. Ad esempio la scuola dei mutaziliti (movimento filosofico scissionista) fornisce un’interpretazione del Corano basata sul potere sovrano della ragione. Ma, come ribadsice poco dopo, «gli eccessi del fondamentalismo e la loro palese ignoranza riguardo al significato essenziale del Corano, ovvero alla sua interpretazione umana, razionale e adatta all’epoca, finiscono per avere effetti controproducenti». Ecco allora che il conservatorismo radicale guadagna terreno, ecco che diventa un pericolo per le nuove generazioni che non hanno conosciuto gli afflati dell’intellettualismo riformista e moderato islamico.

 

Ecco che le porte dello scontro vengono aperte sempre più giorno dopo giorno. E il velo, introdotto solo recentemente in Afghanistan e Pakistan come pratica sociale, è uno di questi potenti simboli che richiamano a un fantomatico mito dell’islam puro che, come ha più volte sottolineato Benzine, non esiste. Ma già Mahmoud Hussein nel suo “Penser l’Islam” – Pensare l’Islam - ha ben spiegato che l’uso del velo come presunta imposizione coranica è stato frutto di determinate condizioni storico sociali orami assolutamente desuete.

 

Ha ragione Sartori nell’affermare che a queste condizioni integrare gli islamici è particolarmente difficoltoso e che è necessario andare con i piedi di piombo. Proprio per questo occorre un maggiore impegno in politiche di integrazione concrete in grado di bloccare la costruzione di una distorta identità in seno ai ghetti, sempre più presenti, delle comunità di origine.

 

Io sono una straniera naturalizzata in Italia, appartengo a quella prima generazione che non ha avuto problemi a integrarsi perché portatrice di un’identità culturale che non ho mai visto in contrapposizione con quella italiana o occidentale. Perché portatrice di differenze che ho vissuto come arricchimento più che come dicotomia. E’ su questo che i musulmani moderati e gli occidentali devono riflettere con attenzione. E’ su questa ricchezza che devono essere create le condizioni per un’integrazione vera al riparo da paracaduti ideologici radicali.

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COMMENTI
12/01/2010 - andiamo piano con Sartori.Meglio Benedetto XVI (attilio sangiani)

non credo che Sartori sia un maestro attendibile. Non fa altro che volgarizzare malamente la "lectio magistralis" del Papa Benedetto a Ratisbona. Però il Papa non ha "Separato la religione dalla politica". L'ha solamente "distinta". "Separare" e "distinguere" non sono sinonimi. I cristiani distinguono ma non separano. In più non impongono con "fatwe" le loro verità di fede,ma,sull'esempio del Maestro le "propongono": "....se vuoi....". Sartori,da laicista quale è,vuole imporre la "separazione",cominciando dai cristiani....