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DELITTO TORINO/ Meluzzi: quando la vita è un videogioco si perde il senso della realtà

Pubblicazione:martedì 26 gennaio 2010

videogameR375_26gen10.jpg (Foto)

 

Il fatto è ormai noto a tutti. La lite fra padre e figlio per la Playstation sfociata in tragedia è oggetto principale delle ultime notizie di cronaca. Ma questo non fa sì che lo sgomento si affievolisca, anzi. Fa molto pensare l’apparente leggerezza con la quale un figlio si dimostra pronto ad assassinare il proprio genitore per futili motivi. È un segno della corruzione dei tempi, un caso di follia latente e isolata o l’esito di anni e anni di diseducazione generazionale cui è seguita la diffusa anaffettività dei giovani d’oggi? Abbiamo chiesto al professor Alessandro Meluzzi un aiuto a comprendere quanto accaduto

 

Professor Meluzzi, il raptus esiste o si tratta, come suggerisce qualcuno, di un’invenzione dei media? Serve a giustificare totalmente un simile comportamento?

 

Il raptus esiste. Il fatto è che se ne parla soltanto per quel che riguarda alcuni specifici soggetti che sono predisposti ad avere un problema di controllo degli impulsi. È invece molto difficile che si verifichi, in una persona che non abbia mai dato segni di disagio e di malessere, un comportamento  così drammatico che contraddica completamente tutto ciò che fa parte della sua storia psicologica precedente. In poche parole il raptus esiste, ma soltanto in soggetti predisposti ad averlo.

 

Quindi le cause che hanno portato a questo episodio sono altre?

 

Pare che il ragazzo fosse taciturno e avesse qualche problema di comunicazione, ma oltre a ciò niente che potesse renderlo “sospetto”. Al di là di questo, però, la grande lezione che se ne trae è che esiste all’interno delle famiglie un diffuso livello di incomunicabilità e di difficoltà nel tenere aperti i canali della relazione parentale. Questo elemento indubbiamente facilita l’esplosione di simili meccanismi reattivi, perché spesso dietro tali episodi si nasconde una scarsa conoscenza della struttura e della psicologia dell’altro. Ci sono troppe case “silenziose”, oppure “rumorose”, all’interno delle quali gli strumenti di comunicazione si riducono spesso ai social network presenti su internet. Tutto ciò favorisce una derealizzazione, soprattutto se l’utilizzo degli strumenti informatici influenza anche l’atmosfera casalinga ridotta spesso all’illuminazione bluastra degli schermi e resa una sorta di Blow Up all’Antonioni. 

 

Quindi in primo luogo si tratta di un conflitto generato da problemi di comunicazione. Ma l’elemento educativo invece quanto conta?

 

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