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DIBATTITO/ Israel: il crocifisso fa bene anche ai giudici...

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La vera domanda è: quante di queste adesioni sono frutto di consuetudine e quante sono davvero sentite? L’esperienza mi fa dire che esiste un distacco crescente e un’insofferenza che fa parte del disinteresse montante per l’esperienza religiosa. La “questione crocifisso” emerge come sintomo di questo disinteresse. È alla malattia, non al sintomo, che bisogna guardare.


C’è chi crede che si possa ostacolare questo andazzo vezzeggiando proprio la mentalità e le tendenze contrarie alla morale religiosa che deriva dalla tradizione ebraico-cristiana. È assurdo ridurre l’ebraismo a una sorta di polizia municipale del politicamente corretto, di “testimonial” dell’antirazzismo e della tolleranza, come tendono a fare certi ambienti ebraici “progressisti”.


L’esperienza religiosa non è riducibile a prese di posizioni “aperte” sulla questione degli immigrati, sul matrimonio gay o sull’aborto. La religione è innanzitutto fede in Dio e la morale ebraica (e cristiana) ha come riferimento i Dieci Comandamenti, non il programma politico di un movimento libertario. Analogamente per il mondo cristiano e cattolico in particolare.


Non ho spazio per dare i tantissimi esempi che mi vengono alla mente. Mi limito a dire, in termini molto generali, che mi sfugge come, in nome di un malinteso senso di tolleranza, si possa concedere tanto a dottrine, filosofie e sviluppi scientifici che sono incompatibili con una visione spirituale e sono invece compatibili soltanto con il più duro materialismo.


Non capisco come si possa tacere sulle persecuzioni di cui sono oggetto i cristiani in tanta parte del mondo, e considerare quasi soppraffattorio chiedere un principio di reciprocità nella pratica religiosa. Non capisco quale sia il senso di parte delle lezioni di religione nelle scuole, il cui scopo principale sembra essere quello di trasmettere un’immagine simpatica, accattivante e tollerante di ogni “devianza”, anziché di trasmettere il senso profondo del messaggio morale cristiano.

 

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COMMENTI
27/01/2010 - UNA QUESTIONE DI PRINCIPIO (Giorgio Ragazzini)

Una volta tanto mi trovo in disaccordo col professor Israel; e purtroppo con molti altri. Quella del crocifisso è la classica questione di principio: che si risolve, cioè, applicando quel principio senza tener conto d’altro. Di quale principio si tratta? È quello della necessaria neutralità ideologica di uno stato democratico, che non può privilegiare né confessioni religiose, né ideologie politiche. Invece si scivola immancabilmente sul terreno improprio dell’importanza e del valore del cristianesimo, che non c’entrano assolutamente nulla. Un principio è un principio, punto e basta. Che diremmo se si assolvesse l’evasore fiscale perché è una brava persona che si prodiga per il prossimo? L’influsso del cristianesimo o lo si riscontra nell’onestà e nella generosità delle persone e nell’umanità delle leggi o è suono di parole subito dimenticate. È paradossale che la difesa del cristianesimo si misuri su questo terreno, quando quello di Gesù Cristo è un insegnamento radicalmente antiformalista: “L’albero si riconosce dai frutti”; “Non chi dice Signore Signore entrerà nel Regno dei Cieli, ma colui che fa la volontà del Padre”; “Il sabato è per l’uomo, non l’uomo per il sabato”. Del resto il Consiglio di Stato, investito della questione, per ribadire la legittimità della sua presenza negli uffici pubblici, ha dovuto assurdamente affermare che il crocifisso non è un simbolo religioso. Evidentemente, se lo fosse...