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DIBATTITO/ Israel: il crocifisso fa bene anche ai giudici...

Pubblicazione:martedì 26 gennaio 2010

crocifisso_R375.jpg (Foto)

 A che serve puntare i piedi su un’ora di religione così? Non è vero che sia impossibile forare la barriera dello scetticismo, ma l’unico modo di non riuscirvi è di cercare di accattivarsi gli scettici mettendosi in sintonia con il loro tono disincantato e “blasé”. Infine, mi lascia di sasso la leggerezza con cui tanti religiosi si adattano a teorie pedagogiche coerenti soltanto con lo scientismo materialista più radicale.


In ambito ebraico ho assistito con stupore alla passione per il pedagogismo di Makarenko, in ambito cattolico è stupefacente la superficialità con cui ci si appiattisce su certo pedagogismo scientista alla Dewey o alla Morin e persino sulle teorie pedagogiche basate sulle neuroscienze e l’analisi delle aree cerebrali. Ho letto Don Giussani e sono convinto fermamente che le sue visioni sono totalmente incompatibili con la pedagogia dell’autoapprendimento e del “cooperative learning”.


Da questo punto di vista, rappresenta un pregevolissimo sussulto di consapevolezza il volume “La sfida educativa” prodotto dal Progetto Culturale della CEI, con la sua dura critica dell’ideologia aziendalistico-tecnocratica dell’educazione vista come «saper fare», come istruzioni a «come fare», come filastrocca delle conoscenze/competenze/abilità, dell’ideologia dell’ «apprendere ad apprendere» che dimentica che educare è, in primo luogo, «contenuti, valori e visioni del mondo».


Si chiederà cosa c’entri tutto questo con l’esposizione del crocifisso. C’entra, e come. L’accettazione del valore universale di un simbolo non è garantita dalle statistiche né una volta per tutte. Essa scaturisce dall’adesione a valori capaci di riempire la vita di senso.


Altrimenti, le modalità efficienti di sopravvivere sono meglio titolati a realizzarle altri: quel simbolo potrà essere rimpiazzato dalla foto di qualche neuroscienziato o di qualche pedagogista dell’autoformazione. Oppure da altri profeti. Perché la necessità di valori universali è tale che, quando non trova il nutrimento di un pensiero gentile e tollerante ma forte, alla ricerca di certezze può dilagare disastrosamente sul terreno del fondamentalismo.



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COMMENTI
27/01/2010 - UNA QUESTIONE DI PRINCIPIO (Giorgio Ragazzini)

Una volta tanto mi trovo in disaccordo col professor Israel; e purtroppo con molti altri. Quella del crocifisso è la classica questione di principio: che si risolve, cioè, applicando quel principio senza tener conto d’altro. Di quale principio si tratta? È quello della necessaria neutralità ideologica di uno stato democratico, che non può privilegiare né confessioni religiose, né ideologie politiche. Invece si scivola immancabilmente sul terreno improprio dell’importanza e del valore del cristianesimo, che non c’entrano assolutamente nulla. Un principio è un principio, punto e basta. Che diremmo se si assolvesse l’evasore fiscale perché è una brava persona che si prodiga per il prossimo? L’influsso del cristianesimo o lo si riscontra nell’onestà e nella generosità delle persone e nell’umanità delle leggi o è suono di parole subito dimenticate. È paradossale che la difesa del cristianesimo si misuri su questo terreno, quando quello di Gesù Cristo è un insegnamento radicalmente antiformalista: “L’albero si riconosce dai frutti”; “Non chi dice Signore Signore entrerà nel Regno dei Cieli, ma colui che fa la volontà del Padre”; “Il sabato è per l’uomo, non l’uomo per il sabato”. Del resto il Consiglio di Stato, investito della questione, per ribadire la legittimità della sua presenza negli uffici pubblici, ha dovuto assurdamente affermare che il crocifisso non è un simbolo religioso. Evidentemente, se lo fosse...