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LA STORIA/ Il giovane Matt King, quando un grave incidente ti cambia la vita in meglio

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Per quale motivo ho deciso di parlare di questa storia? Semplicemente perché Matt King, dopo aver frequentato in questi anni l’Università di Herthfordshire, lo scorso 27 novembre ha ricevuto il diploma di laurea con il massimo dei voti e con lode, durante una cerimonia tenuta presso la Cattedrale di St. Albans. Grazie alle sue capacità, ha già ottenuto l’offerta di entrare in uno dei più prestigiosi studi legali di Londra, tra due anni, dopo che avrà ultimato il “practice course” all’università. Ora è assistito da due accompagnatori a tempo pieno e da un assistente che scrive per lui. La sedia a rotelle ed il respiratore artificiale non hanno rappresentato un ostacolo neppure in altre imprese di Matt, tra cui quella di essere stato il primo quadriplegico a completare la maratona di New York in sei ore e mezzo, e di raccogliere nell’occasione 10.000 sterline per opere di beneficenza. E’ anche diventato mentore del Back-Up Trust, un’organizzazione non-profit che ha lo scopo di aiutare coloro che sono affetti da gravi malattie alla spina dorsale.

 

Matt King non è l’unico esempio di chi è riuscito a vincere le avversità sottraendosi alla disperazione. Matt Hampson, ad esempio, un altro ex giocatore di rugby completamente paralizzato a seguito di un incidente, è stato capace di creare un sito web, di scrivere un’autobiografia e di fondare un’associazione per bambini disabili denominata SpecialEffect. Mi hanno colpito le sue parole pronunciate l’anno scorso: «Io non ho una brutta vita, vivo una vita semplicemente diversa». Giocando sulle parole, ha anche aggiunto: «Uso il mio cervello (“brain”) più del mio midollo spinale (“brawn”). Mi ha aiutato ad essere una persona più riflessiva. Ora penso molto di più». Matt Hampson è dovuto crescere più in fretta e fa cose che normalmente i suoi coetanei ventenni non fanno. La testimonianza vivente di questi ragazzi è la migliore risposta a tutte le polemiche che continuano a ruotare intorno al tema drammatico del suicidio assistito in Gran Bretagna. E’ rispetto alla capacità di dare un senso all’esistenza, che si gioca, in realtà, la scelta di vivere o morire.

 

Così, di fronte al mistero che ti inchioda a condizioni esistenziali drammatiche, si può reagire come ha fatto Matt King o come ha fatto Daniel James, un altro giovane giocatore paralizzato da un incidente di rugby, che l’anno scorso, a soli 23 anni, ha deciso – grazie all’ambigua e compiacente normativa britannica – di ricorrere al suicidio assistito presso la famigerata clinica svizzera Dignitas. Se la vita, come scriveva Shakespeare nel suo Macbeth, non è altro che «una favola raccontata da un idiota in un accesso di furore», priva di senso e di significato, allora quando le circostanze la rendono quasi invivibile, la soluzione più comoda resta quella di una “easy way out”, di un’agevole via d’uscita. La più efficace definizione di eutanasia. Matt King, invece, ha compreso che la vita è una cosa seria: seria di fronte all’universo (perciò ha un compito) e seria di fronte al destino (perciò ha un significato ultimo da raggiungere). Se non avesse compreso tutto questo, anche lui avrebbe corso il rischio di comprare un biglietto senza ritorno per la Svizzera.

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