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L’INTERVISTA/ Scola: perché la politica non sa più che cos’è la libertà?

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Dalla crisi della politica italiana alla crisi finanziaria, dalla libertà delle iniziative sociali al compito dello stato, quello di cui oggi più si avverte la mancanza sono «ambiti comunitari di amicizia civica, di relazioni buone e di pratiche virtuose» dalle quali l’uomo possa oggi reimparare che cos’è il bene. A dirlo è il Patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, ieri a Milano per presentare il suo ultimo libro, Buone ragioni per la vita in comune, insieme a Gianni Riotta, direttore del Sole 24 Ore, in un incontro pubblico organizzato dal Centro culturale di Milano.

 

Eminenza, in Italia c’è chi parla di “fine della politica”. Oggi il “bene comune” è avvertito come la cosa più necessaria, al tempo stesso è anche la formula più abusata e vuota. Da cosa dipende la sua crisi?

 

«Dal grave indebolimento delle relazioni personali all’interno della nostra società. L’uomo del terzo millennio è precipitato in un individualismo neutro esasperato, che non è più soltanto quello basato sulla pretesa di autonomia che ha segnato l’epoca moderna. Esso è invece un fenomeno di tipo nuovo, che porta l’uomo ad essere addirittura indifferente, nelle sue scelte, al bene e al male. Questo “uccide” la dimensione antropologica fondamentale dell’essere in relazione, senza la quale non solo la persona non pratica il bene, ma nemmeno lo impara».

 

Dunque non sappiamo più che la convivenza è un bene. Qual è la strada da seguire per riappropriarci di questa dimensione personale?



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