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IL CASO/ Così le cliniche della "disonestà intellettuale" aggirano la legge 40

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L’introduzione, a partire dal 1978, delle procedure di fertilizzazione extracorporea (fecondazione in vitro; FIV) per la generazione di embrioni umani da trasferire nell’utero della donna (embryo transfer; ET) al fine di ottenere una gravidanza, altrimenti impossibile o improbabile a motivo di uno o più fattori di sterilità femminile o maschile, è stata celebrata nelle scorse settimane in occasione dell’assegnazione del premio Nobel 2010 per la medicina a Robert G. Edwards, che della FIV umana è stato uno dei pionieri.

Come ogni “novità” biotecnologica, anche questa ha prodotto un mutamento non solo nelle procedure cliniche relative al trattamento di una patologia, ma ha generato uno “sguardo” diverso nella pratica della biologia e della medicina, “trasfigurando” – per così dire – la posizione del ricercatore e del medico, che di questa capacità tecnica decidono di avvalersi, di fronte alla vita umana, talora senza che gli stessi professionisti avvertano inizialmente la portata culturale e sociale di questo mutamento.   

Tra le conseguenze che la FIV-ET ha introdotto nell’ultimo quarto del secolo scorso vi è anche la possibilità pratica, fino ad allora irrealizzabile (e anche, a detta di molti, impensabile), di manipolare in laboratorio il concepito nei primi giorni del suo sviluppo, già a partire dalla fertilizzazione, quando l’embrione è costituito da una sola cellula fino a poco più di un centinaio di cellule. L’essere umano all’inizio della sua esistenza, che sino a qualche decennio fa era “nascosto” e “protetto” nelle vie genitali femminili – la salpinge e la cavità uterina – e, prima del suo impianto endometriale, non poteva neppure essere “osservato” indirettamente attraverso l’ecografia, è così divenuto un “oggetto” biologico disponibile per ogni genere di studi, di tipo invasivo o non invasivo.

Fatto crescere, a 37 gradi centigradi e in presenza di ossigeno, in un apposito terreno di coltura contenente numerose sostanze, l’embrione viene osservato al microscopio ottico, le sue cellule vengono misurate e contate in funzione delle ore che trascorrono dalla messa a contatto dell’ovocita con gli spermatozoi, e anche, talora, prelevate (una o poche di esse) per analizzarle citogeneticamente e molecolarmente.

Gli embrioni – solitamente più di uno per ogni ciclo di stimolazione ovarica, prelievo degli ovociti e FIV – sono così classificati in diverse categorie standardizzate (un processo che gli inglesi chiamano “embryo scoring”: letteralmente, “assegnare un punteggio all’embrione”)  sulla base della loro morfologia e della loro sviluppo nel tempo: solamente quelli ritenuti “vitali” (ossia in grado di continuare a svilupparsi regolarmente e di impiantarsi nell’endometrio dopo l’ET) vengo trasferiti mediante un sottile catetere nella cavità uterina della donna durante i primi giorni della fase luteale del suo ciclo ovarico, in un numero che viene deciso dall’équipe di procreazione medicalmente assistita (PMA) con il consenso della madre, tenuto conto della sua età, degli eventuali precedenti “fallimenti” della FIV-ET, del rischio di una gravidanza multipla che essa è disposta ad accettare e della legislazione vigente nel Paese (in Italia, non più di tre embrioni).

 

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COMMENTI
22/10/2010 - dove allocare le risorse (Antonio Servadio)

molto bene. Si potrebbe proseguire sul tema ma proviamo a rovesciare la prospettiva e tornare alle premesse. Quel che costa -direttamente e indirettamente, in soldi e tempo- la fecondazione in vitro, con tutto quel che la precede e quel che segue, lo si moltiplichi per il numero di interventi. Ora pensiamo a tutto questo come ad un ammontare di risorse sottratte ad investimenti che si potrebbero iniettare in ricerche volte a comprendere e curare l'infertilità, che è materia multiforme. Quella stessa infertilità che la biologia e la medicina (non) affrontano nel momento stesso in cui abbiamo scelto di allocare le risorse per sviluppare, affinare e potenziare l'approccio in vitro. Forzando ed estremizzando, immaginiamo di limitare gli studi -ad es.- sull'artrosi (cause, cura) concentrandoci invece sullo sviluppo di articolazioni artificiali, da sostituire a quelli "originali" malfunzionanti. Senza bisogno di tirare in ballo biologia e medicina, riflettiamo sulle "storie" di vita vissuta raccontate da tante coppie. Ci accorgiamo di quanto frequenti siano quei casi sorprendenti di coppie non-fertili che inspiegabilmente, e a dispetto di cure pluriennali e strategie, improvvisamente diventano fertili. C'è un universo di studi ancora da fare e da approfondire (biologia, endocrinologia, farmacologia, PSICOLOGIA...), ma le risorse necessarie sono ampiamente dirottate sul fronte dell'approccio "in vitro".