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IL CASO/ Così le cliniche della "disonestà intellettuale" aggirano la legge 40

Pubblicazione:giovedì 21 ottobre 2010

fecondazione-vitroR400.jpg (Foto)

Nonostante il monitoraggio della “qualità” degli embrioni (il termine, purtroppo, è entrato nel gergo della PMA ed è un’altro amaro frutto della deriva culturale introdotta nell’antropologia della procreazione umana dalla FIV-ET) generati in vitro e “selezionati” per il trasferimento in utero, ordinariamente svolto solo attraverso l’osservazione microscopica (senza biopsia cellulare), possa sembrare così severo, esso non consente di escludere che uno o più embrioni destinati all’ET sia affetto da una anomalia cromosomica (che può riguardare il numero dei cromosomi, differente dalle 23 coppie di un soggetto euploide, oppure la loro morfologia, come nel caso delle traslocazioni e di altre aberrazioni cariologiche) o da un difetto genomico (mutazione patogenetica), capaci di influenzare negativamente lo sviluppo e la salute del nascituro.

Talora, in un numero limitato di casi, il difetto è già presente nella famiglia di origine del padre e/o della madre e vi è una data probabilità che esso possa venire trasmesso al figlio o alla figlia. Più frequentemente, il timore per la nascita di un figlio da FIV-ET non sano è generico, cioè riferito alla probabilità generale dell’insorgenza di malattie da anomalie cromosomiche (come la sindrome di Down, quella di Ullrich-Turner e altre) o legate a mutazioni geniche presenti nella popolazione cui gli aspiranti genitori appartengono. Vi è, infine, la non infondata paura che le stesse manipolazioni dei gameti e dell’embrione legate alla FIV possano avere provocato, seppure raramente, dei difetti cromosomici nel concepito.

Al “desiderio di un figlio”, solo per compiere il quale le coppie infertili sembravano disposte a ricorrere alla FIV-ET quando essa fu originalmente resa disponibile nella pratica clinica ed esclusivamente per rispondere al quale alcuni medici si erano inizialmente dedicati a questa nuova procedura ostetrico-ginecologica, si è successivamente aggiunto il “desiderio di un figlio sano”.

Cosa, in sé, legittima – la salute è un bene prezioso dell’uomo e “desiderarla” per i nostri figli così come per noi stessi è una aspirazione positiva – se il “desiderio” non si trasformasse in una “pretesa” nei confronti della PMA tale da indurre taluni dei suoi specialisti (biologi, genetisti e medici), che accondiscendono a una simile “pretesa”, ad introdurre un “filtro selettivo” degli embrioni, prima del ET, non più legato esclusivamente alla loro “vitalità” (così come emerge dalla divisione cellulare, dalla regolarità morfologica e da altri parametri osservazionali), ma basato sulla “qualità” cariotipica e/o genotipica del concepito.

Lo si voglia designare con questo termine oppure no, lo scivolamento dal “desiderio” (o “invocazione”) alla “pretesa” (o “condizione”) della salute per ogni figlio nato attraverso la FIV-ET rappresenta una deriva in senso eugenetico della PMA capace di effetti dirompenti, a livello sociale, sulla riconosciuta uguaglianza nella dignità e nei diritti fondamentali di tutti gli esseri umani che iniziano la loro vita su questa terra, indipendentemente dal loro patrimonio genetico e dalle caratteristiche biologiche (fisiologiche o patologiche) del loro corpo e della loro mente.

Continua

 


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COMMENTI
22/10/2010 - dove allocare le risorse (Antonio Servadio)

molto bene. Si potrebbe proseguire sul tema ma proviamo a rovesciare la prospettiva e tornare alle premesse. Quel che costa -direttamente e indirettamente, in soldi e tempo- la fecondazione in vitro, con tutto quel che la precede e quel che segue, lo si moltiplichi per il numero di interventi. Ora pensiamo a tutto questo come ad un ammontare di risorse sottratte ad investimenti che si potrebbero iniettare in ricerche volte a comprendere e curare l'infertilità, che è materia multiforme. Quella stessa infertilità che la biologia e la medicina (non) affrontano nel momento stesso in cui abbiamo scelto di allocare le risorse per sviluppare, affinare e potenziare l'approccio in vitro. Forzando ed estremizzando, immaginiamo di limitare gli studi -ad es.- sull'artrosi (cause, cura) concentrandoci invece sullo sviluppo di articolazioni artificiali, da sostituire a quelli "originali" malfunzionanti. Senza bisogno di tirare in ballo biologia e medicina, riflettiamo sulle "storie" di vita vissuta raccontate da tante coppie. Ci accorgiamo di quanto frequenti siano quei casi sorprendenti di coppie non-fertili che inspiegabilmente, e a dispetto di cure pluriennali e strategie, improvvisamente diventano fertili. C'è un universo di studi ancora da fare e da approfondire (biologia, endocrinologia, farmacologia, PSICOLOGIA...), ma le risorse necessarie sono ampiamente dirottate sul fronte dell'approccio "in vitro".