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IL CASO/ Così le cliniche della "disonestà intellettuale" aggirano la legge 40

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Contrariamente a quanto un uso improprio del termine “ovocita” ha lasciato intendere ai non addetti ai lavori, la selezione non è avvenuta sul gamete femminile prima della fecondazione (se così fosse, non sarebbe stato possibile analizzare anche il secondo globulo polare), ma dopo, ossia sul concepito allo stadio di una sola cellula (il cosiddetto “zigote pronucleato”). Per quanto esso si trovi nelle prime ore del suo sviluppo, si tratta di un essere umano che racchiude in sé il patrimonio genetico ricevuto dalla madre e dal padre, ossia tutte le informazioni necessarie per la sua crescita ed il suo impianto nell’utero materno.

Sottigliezze biologiche e filosofiche, qualcuno potrebbe dire. In realtà, è proprio sulla lealtà (un tempo la si sarebbe chiamata “onestà intellettuale”) con la quale si guarda la realtà dell’inizio della vita umana individuale che si gioca tutto il rispetto e l’amore che si ha verso di essa, sia da parte dei genitori che chiedono alla medicina di essere aiutati a concepire un figlio, sia da parte dei medici che si mettono al servizio dei genitori e, così facendo, anche di Colui che dona loro un figlio: il Mistero da cui proviene il nostro essere e quello di ogni altro uomo che viene al mondo.

Che l’uomo non sia riducibile a un “prodotto” da selezionare – anche quando, purtroppo, non è generato dall’atto d’amore di una madre e di un padre, ma attraverso una procedura biotecnologica – è la stessa ragione che lo suggerisce: la nostra vita non è la somma di quantità e di qualità che non ineriscono ad alcunché e stanno sospese in un “vuoto d’essere”, disponibili per essere prese o lasciate, ma essa consiste in un soggetto, un “io” unico e irripetibile, che solo è capace di dare consistenza a tutto ciò che gli appartiene, incluse le sue quantità e qualità biologiche e psicologiche.

Un soggetto, dunque, che chiede di essere accolto per quello che è, non per ciò che ha o non possiede (ancora). Questo è l’uomo che, all’inizio della sua esistenza, la FIV-ET ha messe nelle mani dell’uomo: una responsabilità pesante per chi decide di avvalersene, rispetto alla quale la società non può dichiararsi estranea o “neutrale”. La civiltà di una nazione non si misura forse dalla sua capacità di difendere e promuovere i diritti di coloro il cui grido non è la “povera voce di un uomo che non c’è”, ma implora silenziosamente “che il respiro della vita non abbia fine”?

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COMMENTI
22/10/2010 - dove allocare le risorse (Antonio Servadio)

molto bene. Si potrebbe proseguire sul tema ma proviamo a rovesciare la prospettiva e tornare alle premesse. Quel che costa -direttamente e indirettamente, in soldi e tempo- la fecondazione in vitro, con tutto quel che la precede e quel che segue, lo si moltiplichi per il numero di interventi. Ora pensiamo a tutto questo come ad un ammontare di risorse sottratte ad investimenti che si potrebbero iniettare in ricerche volte a comprendere e curare l'infertilità, che è materia multiforme. Quella stessa infertilità che la biologia e la medicina (non) affrontano nel momento stesso in cui abbiamo scelto di allocare le risorse per sviluppare, affinare e potenziare l'approccio in vitro. Forzando ed estremizzando, immaginiamo di limitare gli studi -ad es.- sull'artrosi (cause, cura) concentrandoci invece sullo sviluppo di articolazioni artificiali, da sostituire a quelli "originali" malfunzionanti. Senza bisogno di tirare in ballo biologia e medicina, riflettiamo sulle "storie" di vita vissuta raccontate da tante coppie. Ci accorgiamo di quanto frequenti siano quei casi sorprendenti di coppie non-fertili che inspiegabilmente, e a dispetto di cure pluriennali e strategie, improvvisamente diventano fertili. C'è un universo di studi ancora da fare e da approfondire (biologia, endocrinologia, farmacologia, PSICOLOGIA...), ma le risorse necessarie sono ampiamente dirottate sul fronte dell'approccio "in vitro".