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IN-PRESA/ Un terreno più saldo per Genny

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I ragazzi dell'In-presa  I ragazzi dell'In-presa

Alla fine mi sembra proprio che più che ragazzi qui ci siano dei piccoli uomini, alle prese con le domande più serie e più profonde della loro vita, forse anche inconsapevolmente. Di certo in misura maggiore rispetto a molti dei loro coetanei. Facilitati anche da percorsi realmente personalizzati. Qui gli adulti sanno tutto di ogni singolo ragazzo, senza nemmeno il bisogno di consultare una scheda. E per ciascuno di loro cercano una strada su misura, anche se questo vuol dire pensare a faticosi tentativi e dispendiose eccezioni, che magari non portano a nulla: una vera e propria scommessa. Il tentativo - mi spiegano gli adulti - è accogliere, educare e cercare di far scoprire il significato di quel che si fa, non creare una scuola dove ci sia un clima tranquillo e adatto per poter tenere una lezione senza che gli studenti disturbino.

 

L’impressione, mentre sto per uscire da questo luogo, è che sia come una grande casa, una grande famiglia. E forse sta qui il segreto di chi ha fondato e di chi fa ora In-presa. Lo scopo, quello cui si guarda, non è trasformare un ragazzo o una ragazza in un lavoratore provetto, ma cercare di far emergere, dare ai giovani la possibilità di tirar fuori e di afferrare loro stessi il significato del loro essere uomini, di quello che sono e che fanno (che è decisamente un obiettivo più arduo). Scoprirli cambiati. Vederli essere solidi, vederli poggiare i piedi su un terreno saldo - come diceva Emilia - per iniziare a camminare con certezza incontro alla propria vita.

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