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SARAH SCAZZI/ Cara Tv, ora che hai raccontato la morte in diretta perchè non ti chiedi che senso ha?

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La violenza fa parte della natura dell’uomo, ma ci vuole qualcosa che sia più della natura per contenerla, domarla, convertirla. Anche nel mito precristiano, era divina la scintilla che ai primordi della storia fu rubata per portare la luce agli uomini.

 

Nel caso di Sarah, però, c’è un altro aspetto sul quale si deve riflettere. La morte della ragazza è stata data alla madre in diretta, durante una trasmissione televisiva. Nel teatro antico la morte non era mai rappresentata e non solo per esigenze tecniche, ma per un sacrale rispetto. Oggi, invece, la morte è sempre in scena.


La digitalizzazione dei media ha moltiplicato le reti, le fonti e gli strumenti di produzione, per cui c’è sempre un giornalista sul luogo del delitto, un microfono acceso sulle vittime e sui carnefici, una telecamera puntata su una scena di morte. Un tempo assistere in diretta ad un delitto era un evento eccezionale, un caso, un unicum. Si pensi alla vicenda del piccolo Alfredino Rampi, primo esempio di morte in diretta nella televisione italiana.

 

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