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Cronaca

LA STORIA/ "Il traguardo resta per sempre": vi racconto la mia maratona di New York

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Non servono parole, preghiamo a bassa voce. La baia con la statua della Libertà che si allontana e i ponti che la incorniciano sono il contesto più desiderabile al sorgere del nuovo giorno. Sbarchiamo a Fort Wadsworth che sono le 7, mancano 2 ore e 40 alla partenza. Questa è organizzazione. Niente affanni dell’ultimo minuto, adesso si può fare colazione, raccattare barrette energetiche, guardare il ponte di Verrazzano che si illumina e la temperatura che sale sopra lo zero. I partecipanti arrivano a scaglioni di centinaia, noi ci scaldiamo con tazzoni di caffè americano e vestiti che ci toglieremo all’ultimo secondo, lasciandoli raccogliere poco prima del via ai volontari che li distribuiranno alle charities, le organizzazioni che si occupano di chi ha bisogno.

 

Cresce l’attesa e si inizia anche a parlare di strategie, rifornimenti, obbiettivi. Non è vero che ci basta arrivare in fondo, questo è un background “decoubertiniano” che non ci soddisfa. Vogliamo stare sotto alle 3 ore e mezza, anche se il confine per un maratoneta serio è quello delle tre ore. Il tempo passa, bisogna consegnare la borsa che si vuole ritrovare all’arrivo ai camioncini marroni dell’UPS allineati come veicoli militari. D’altronde siamo in caserma e tutto si svolge in rigoroso rispetto delle regole. Alle 8,55 chiudono i cancelli per entrare nel proprio spazio di partenza, i corral, proprio come quelli del bestiame. C’è ancora qualche italiano ritardatario e non manca una concessione di elasticità al protocollo. Si chiacchiera amabilmente con i partecipanti incontrati casualmente alla partenza. Uno è newyorkese, dispensa consigli, è molto incoraggiante. Viene cantato l’inno americano a cappella e con 2 minuti di ritardo patriottico, si ode lo sparo di partenza dei primi.

 

 

Solo altri 2 minuti e siamo anche noi sulla linea del via, pronti ad attraversare il Verrazzano, lo skyline di Manhattan indorato da un tiepido sole all’orizzonte. I rimorchiatori nella baia pompano getti d’acqua giocosi verso di noi. Siamo ad un’altezza vertiginosa, le ondate da 15mila partenti l’una si dividono: il ponte è a due piani, l’onda verde che è la mia va al piano di sotto, la blu e l’arancione sospese dai cavi di ferro su quello che per anni è stato il ponte più lungo al mondo (circa 3 chilometri). Il mio percorso è più protetto dal vento gelido e meno ripido. Si scende a Brooklyn attraversando subito la folla di Bay Ridge in un crescendo di emozioni da stadio. La mia maglia azzurra con bandiera italiana favorisce l’incitamento, le prime orchestre, sono 130 lungo il percorso, scandiscono il passo suonando tutti i generi di musica dal blues al rock.