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LA STORIA/ "Il traguardo resta per sempre": vi racconto la mia maratona di New York

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Mi sento privilegiato nel percorrere circuiti alternativi a quelli turistici sull’asfalto rattoppato di una città che non è solo avanguardia, dove si respira ancora l’atmosfera dello sviluppo industriale, odori e colori di salsedine, ghisa e cavi penzolanti di ferro. C’è una pausa nel tifo a Williamsburg, zona residenziale ebraica di Brooklyn, dove all’indifferenza per la maratona si associa l’attraversamento di due rabbini con la tazza di caffè alla mano. È come se quanto sta accadendo intorno a loro non esistesse. Brooklyn è una festa che non finisce mai, i 21 chilometri della mezza maratona si concludono poco prima del Pulaski Bridge e si arriva nel Queens. Il Queensboro Bridge, dove sono costretto a rallentare per la pendenza, ci porta immediatamente al muro di folla di Manatthan che si incontra scendendo dal ponte.

 

Sembra di fare passerella sotto una tribuna del Maracanà, il tifo è assordante. Iniziano 6 chilometri di 1st Avenue, per fortuna in leggera discesa fino al Bronx, che lambito dal percorso nel suo tratto più prossimo a Manatthan sembra assolutamente innocuo e vivibile. Anche qui la curva in discesa che ci porta nel quartiere simbolo del disagio è in realtà un’accoglienza festosa con musica che accelera il ritmo. Poi si torna a Manhattan e ci aspetta tutta la 5a Avenue con il suo muro finale, il miglio che precede il Guggenheim Museum è tutto in salita. Così come non manca la salita negli ultimi chilometri dell’autunno sfolgorante a Central Park, ma qui l’incitamento è imbattibile, riesco per la prima volta a incrociare anche mia moglie e gli amici che urlano a squarciagola. Il passo torna baldanzoso, decido di giocarmela fino in fondo con una signora che ho avuto nel mirino per tutta la corsa e la supero sulla linea del traguardo.

 

Ho mancato per un soffio il mio obbiettivo, il mio socio Silvio ce l’ha fatta precedendomi di un paio di minuti e dire che è più vecchio di dieci anni. Dieci anni di allenamento in più nella vita direbbe Padre Joe. E così seguo il consiglio di mia moglie (fai come il decimo lebbroso) e con le gambe a pezzi torno a Messa nella mia parrocchia di Saint Patrick, alla quale sento già di appartenere. “Mentre correvo e succhiavo le gelatine energetiche desideravo tagliare il traguardo - dice in una sintetica omelia Father Joe, dopo un’ottima maratona corsa in 4 ore e mezza - ma soprattutto volevo tornare qui a ringraziare, perché Dio non solo ci concede la grazia di fare cose buone, ma anche di partecipare al suo piano di salvezza”. Poi estrae da sotto i paramenti la medaglia pesante appesa al collo col nastro blu, quella che ha vinto insieme a tutti i 44.829 che hanno tagliato il traguardo. “È proprio vero che tutta la vita è data per allenarsi, la fatica passa, il traguardo resta per sempre”.

 

(Andrea Costanzi)

 

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