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TERREMOTO/ Dalle macerie dell'Irpinia, 30 anni dopo, riemergono scomode verità

Pubblicazione:martedì 23 novembre 2010

TerremotoIrpiniaR400.jpg (Foto)


Il patto di potere all’interno delle correnti della Dc, allora tutte a guida campana (De Mita, Pomicino, Gava e Scotti) allargato ai socialisti Conte e Di Donato (senza trascurare il ruolo del Pci che con il sindaco Valenzi deteneva la guida della città di Napoli) fece sì che per aversi il via libera al flusso di finanziamenti verso l’area più colpita si dovesse dar corso a tutt’una serie di ulteriori interventi, basti pensare al solo piano per Napoli, colpita solo marginalmente dal terremoto, che comportò un aggravio di oltre 15mila miliardi in vecchie lire.

L’altro bubbone fu costituito dall’opera di industrializzazione, in gran parte fallita, anche se in pochi - scommetto - sanno che quando mangiano i Roché, i Duplo, o persino la Nutella, si tratta molto spesso di prodotti confezionati dalla Ferrero di San’Angelo dei Lombardi, utilizzando le nocciole dell’Irpinia. A testimonianza che chi non venne con l’intento di lucrare i contributi e scappare, poi in molti casi è rimasto. A differenza delle tante industrie “decotte” che vennero e chiusero subito, quasi tutte del Nord. Altro che Irpinia, ancora una volta vittima.

Purtroppo, invece, a pagare è stata proprio l’Irpinia, che ha visto dopo i primi 8-9 anni (che non potevano bastare a chiudere del tutto una ricostruzione così complessa ed estesa) rallentare il flusso dei finanziamenti per la stretta ricostruzione dei cittadini, che avevano diritto a rifarsi una casa. Tutto sommato andrebbe detto comunque, oggi, che la ricostruzione in Irpinia e nei centri più colpiti è stata realizzata, in ritardo magari, ma in modo più che soddisfacente, e per gli standard del Sud questo può già essere consolante.

A ben vedere, anzi, come ricostruisce un libro appena uscito di Antonello Caporale (“Terremoti spa”) il primo anno di emergenza all’Aquila ha avuto un’incidenza di costi pro capite (in base al numero dei senzatetto) pari a tre volte l’Irpinia. E si capisce perché. Nell’era dei “sistemi talmente perfetti” l’emergenza ha preteso di farsi anche ricostruzione (che per legge spetterebbe ai poteri ordinari) senza neanche consultare i cittadini e gli enti locali, che semmai saranno chiamati, di qui a qualche anno, a sopportare in proprio gli oneri degli espropri, per onorare le occupazioni temporanee disposte d’urgenza dalla Protezione civile.


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