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TERREMOTO/ Dalle macerie dell'Irpinia, 30 anni dopo, riemergono scomode verità

Pubblicazione:martedì 23 novembre 2010

TerremotoIrpiniaR400.jpg (Foto)


Tutto bene, se non fosse che per ricostruire ai Comuni dell’Abruzzo, poi, è arrivato ben poco e per i cittadini manca ancora una legge organica (fatte salve le ordinanze d’urgenza della Protezione civile) legge che i cittadini d’Irpinia avevano già dopo sei mesi, la 219, con i relativi stanziamenti, che semmai si sono rivelati eccessivi.

Fatta questa difesa d’ufficio dell’Irpinia, tocca un’ultima riflessione. A chi giova dimenticarla, l’Irpinia? Non alla Chiesa certo, che si perderebbe, così, la memoria di una delle più belle pagine di unità e testimonianza del dopoguerra italiano. Ricordo i campi voluti personalmente da don Giussani a Castelgrande, in provincia di Potenza e a Nusco, in provincia di Avellino, quest’ultimo su sollecitazione dell’irpino-milanese Franco Mangialardi.

E ricordo monsignor Giovanni Nervo, primo presidente della Caritas Itaina e primo mio “datore di lavoro” al Centro di produzione "Antenna Caritas" a Pompei. E non giova dimenticare nemmeno al Paese, che proprio dalla dispersione di quel moto di unità solidale per il terremoto d’Irpinia, cedendo allo scandalismo, ha aperto una prima breccia all’unità del suo popolo che col tempo ha rischiato e rischia di diventare voragine.

Verrebbe anche da chiedere una parziale rivalutazione della classe politica di allora, finita nel vortice di una guerra fratricida che alla fine ha finito per travolgere la stessa Dc. La mente corre a un oscuro sindaco Dc di allora di un paesino dell’Alta Irpinia (Bisaccia). Parlo di Salverino De Vito, poi divenuto ministro del Mezzogiorno e autore, ormai 25 anni fa, di una legge che portava il suo nome (la “44”) che per la prima volta, e forse l’ultima, al Sud, andava a finanziare un’idea, e non i soliti noti che i soldi li avevano già.

Forse oggi, doverosamente, qualcuno si dovrebbe ricordare di lui e della sua azione gratuita. Nacquero a metà degli anni ’80 tante cooperative mini-aziende giovanili, molti neo-laureati potettero avere una chance per mettersi in proprio. Certo non bastò, e infatti, fu proprio per sostenere una piccola azienda siciliana che produceva un buon vino, ma non riusciva a commercializzarlo, che a don Giussani venne l’idea: “Ma perché non diamo vita a una compagnia di opere?”. Verrebbe da citare De André. “Dai diamanti non nasce niente. Dal letame - con rispetto parlando per il Sud, e anche per l’Irpinia - nascono i fior”.



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