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IL CASO/ Quelle "parole" dal coma che mettono all'angolo i supporter dell'eutanasia

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È tornato vigile per sei ore, durante le quali ha interagito con i medici mostrando di comprenderne le indicazioni, e ha portato alla bocca un bicchiere d’acqua, per poi ricadere nello stato di “minima coscienza”, una condizione di disabilità gravissima successiva allo stato vegetativo in cui si trovava da cinque anni, dopo un’emorragia cerebrale.

 

È la vicenda di un uomo di settant’anni, entrato in una sperimentazione all’ospedale San Camillo di Venezia nella quale si esaminano gli effetti di un trattamento chiamato “stimolazione magnetica transcranica”: si tratta di uno studio guidato dal neurologo Leontino Battistin, di concerto con i Dipartimenti di Neuroscienze delle Università di Verona e Padova. L’evento, unico nel suo genere finora, è stato pubblicato nella rivista scientifica internazionale “Neurorehabilitation and Neural Repair”.

 

Un singolo caso non permette di generalizzare alcunché, e non deve in nessun modo alimentare illusioni pericolose nei confronti dei familiari di persone che si trovano in questo stato. Fatti come quello accaduto a Venezia devono piuttosto incoraggiare la ricerca in questa direzione: è evidente che, con l’avvento delle neuroscienze e delle nuove tecnologie connesse, che consentono di sondare zone e funzioni cerebrali finora inesplorate, emerge in tutta evidenza quanto siano ancora misteriosi quello stato particolare che chiamiamo “coma”, insieme alle sue evoluzioni.

 

Persone uscite dal coma, ma che apparentemente non hanno conservato capacità di comunicazione con l’ambiente circostante, mostrano invece che, opportunamente “interrogate” o stimolate con nuove metodiche, sono ancora capaci di mettersi, in qualche modo, in relazione con chi li circonda. Dai primi esperimenti di Owen nel 2002 alle recenti osservazioni di Steven Laureys e collaboratori, condotti utilizzando tecniche di risonanza magnetica funzionale, fino al recente caso italiano appena descritto: sono sempre più numerose le evidenze di attività cerebrali insospettate, in pazienti giudicati oramai “irrecuperabili” dal punto di vista medico, la cui esistenza, per molti, è considerata una non-vita.

 

Coma, stato vegetativo, minima coscienza, locked-in: parole che fanno paura, perché significano una situazione di disabilità estrema, di dipendenza totale da chi vive accanto, di incapacità totale di movimento e di parola. Parole ed espressioni con cui tanti di noi hanno familiarizzato solamente con l’irruzione della tragica vicenda di Eluana Englaro nel dibattito pubblico, quando la domanda più ricorrente era se valesse veramente la pena vivere così o se invece fosse meglio farla finita.


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COMMENTI
14/12/2010 - I supporter dell'eutanasia. (Carla D'Agostino Ungaretti)

Condivido al 100% le parole della Prof.ssa Morresi, ma temo che non saranno esse a far cambiare idea ai fautori dell'eutanasia. Il fatto che un paziente in stato vegetativo possa riacquistare prima o poi un alto o basso livello di coscienza non li convincerà mai a sostenerne la vita invece della morte. E tutto ciò per motivi ben poco confessabili che non hanno niente a che fare con il preteso "rispetto della volontà" del paziente che "non avrebbe mai voluto vivere in quelle condizioni". La verità è che essi sono letteralmente terrorizzati all'idea di dover assistere per anni, notte e giorno, una persona in quelle condizioni, sia essa un figlio, un fratello o una persona cara. Mille volte meglio liberarsene subito e buona notte! Tanto il paziente non capisce nulla! Non conoscono il significato vero dell'Amore cristiano, quello che "tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta" (1Cor 13, 7). Ma forse non è neanche colpa loro: sono persone dall'orizzonte spirituale limitato e c'è solo da sperare che il Signore gli mandi lo Spirito.