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Cronaca

J'ACCUSE/ Binetti: a chi giova il nuovo "film" su Monicelli dei paladini della morte?

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Monicelli era uno di noi, proprio perché ci raccontava come siamo, oggi come ieri, gente comune, con le nostre ansie e le nostre preoccupazioni, con le nostre velleità e la nostra presunzione, con gli alti e bassi di uno stato d’animo altalenante, perché trascinato da eventi e circostanze che troppo spesso sembrano ostili e duri da accettare. Italiani di ieri e italiani di oggi appaiono facilmente legati da un lungo filo conduttore che descrive una umanità che fa fatica a esprimere una tensione morale forte, che non sembra trovare uno slancio di trascendenza che dischiude nuove e insperate prospettive di cambiamento. Gli italiani son fatti così, sembrava che ci dicesse in ogni scena, in ogni sceneggiatura. Forse oggi appare con chiarezza il limite della narrazione di Monicelli: un lungo presente di chiaroscuri, racchiuso in un orizzonte in cui non c’era spazio per la speranza. Potevamo sorridere di noi, ma era difficile pensare che avremmo potuto essere diversi, per esempio migliori.

 

Oggi Monicelli non c’è più, il grande vecchio del cinema italiano che scherzando metteva in dubbio la sua stessa morte, ha fatto una scelta dolorosa, graffiante per le coscienze di tutti noi, ha aspettato che scendesse il buio, che nell’ospedale in cui era ricoverato si riducesse il ritmo intenso del lavoro di assistenza, ha aperto una finestra ed è saltato giù. Non c’era nessuno accanto a lui, perché da tempo aveva reso la sua solitudine ispida e faticosa da attraversare. In un convegno organizzato dalla Fondazione Sordi e dedicato agli anziani, Pupi Avati, un regista che sa raccontare il valore della vita anche in condizioni che ai più sembrano drammatiche, ha raccontato dei loro colloqui serali, spesso notturni, avvenuti mentre entrambi erano ricoverati al Gemelli. Monicelli per un incidente in cui aveva riportato gravi fratture e in un’altra stanza Pupi Avati, ricoverato per un infarto.

 

Monicelli aveva paura del buio, si disorientava durante la notte e temeva di non poter recuperare la sua autonomia, temeva soprattutto di non poter tornare al suo lavoro, che già allora era la sua “droga” e la sua terapia. Pupi Avati ha raccontato di una sorta di patto stretto tra di loro, per sostenersi proprio sul piano professionale, per tornare entrambi al loro ruolo di cantastorie. Ma poi Monicelli, nonostante fosse riuscito a riprendere il suo ritmo intenso di lavoro come regista impegnato a mettere il dito nella piaga nelle nostre distonie sociali e nelle nostre contraddizioni personali, si era andato chiudendo in se stesso, sempre più solo e sempre meno capace di guardare oltre il confine sottile che separa solitudine e depressione.

 

La sua morte è per tutti noi il segno di un’incapacità a comprendere la solitudine dell’anziano, le sue paure, e quella perdita di senso che corrode la prospettiva del futuro, svuotandola di significato e consegnando un uomo al buio della sua notte. Non è stato un gesto di libertà il suo, né un gesto di coraggio, ma solo un gesto di ordinaria disperata solitudine, in cui nessuno l’ha preso per mano, nessuno gli ha ricordato quel meraviglioso dialogo con la Signora della morte che lui stesso aveva inventato nell’Armata Brancaleone. Avremmo voluto mantenere il silenzio sulla sua fine, per rispettare il suo dolore e la sua sofferenza, per fare tutti noi un silenzioso esame di coscienza, pensando alla nostra fretta, alla nostra ingratitudine e alla nostra sbadata distrazione, piena di noi e delle nostre velleità di grandi uomini, mentre in fondo non siamo altro che borghesi piccoli piccoli.


COMMENTI
03/12/2010 - Almeno un po' di umana carità (spadon gino)

Mio Dio, che mancanza di carità in questa donna e che scarsa conoscenza della mente dell’uomo e della sua anima! Il caso Monicelli, nella sua tragicità, ci mette di fronte a uomo che vede davanti a sé due eventi ineluttabili una sofferenza fisica che lo strazia senza rimedio e la consapevolezza che questa sofferenza finirà col degradare inarrestabilmente tutto il suo essere. Che cosa volete che se ne faccia quest’uomo, piagato e piegato dalla sofferenza, di pacche consolatorie sulla spalla? Che aiuto avrebbero potuto mai dargli (come suggerisce la Binetti) amici che gli avessero raccontato (cito) “tutte le cose belle che aveva fatto; i sorrisi che aveva suscitato in milioni di italiani; l’intelligenza critica con cui aveva messo a fuoco le nostre debolezze e i nostri difetti nazionali”?. A chi gli avesse fatto l’elogio dei suoi film questo spirito lucido e caustico avrebbe risposto pressappoco così “Tutte queste cose, povero amico, avrei potuto ascoltarle quando ero saldo come un’armonia, ma che senso hanno adesso quando dentro il mio ventre ho una palla rovente che mi brucia e non mio dà tregua; quando so che nessuna farmacopea celeste o infernale potrà mai lenire questo dolore, quando sento svanire giorno dopo giorno volontà, speranza, desideri, progetti, sogni. Se tu mi sei amico non consentire che la mia dignità d’uomo sia distrutta, aiutami a metter fine a questa insopportabile sofferenza con un’arma diversa da quella del suicidio!”.

 
02/12/2010 - Avvoltoi radicali (gianluca segre)

Concordo con il lettore che parla di sciacalli. I radicali - e la "cultura" che ad essi si richiama - paiono sempre più inclini alla necrofilia. Dall'aborto all'eutanasia, passando per la liberalizzazione delle droghe, insomma lì dove è possibile una battaglia che abbia a che fare con la morte (procurata, ovviamente; in nome dei cosiddetti diritti, ovviamente), ebbene sono presenti. Sciacalli, avvoltoi: davvero nobili battaglie, quelle della coppia Pannella - Bonino & C. Valeva la pena, magari, spendersi per combatterne altre. Ma tant'è. Si può suggerire l'immagine manzoniana dei "vecchi malvissuti". Per quanto riguarda l'ira di Paola Binetti in Parlamento, la si può definire una "santa ira"

 
02/12/2010 - ACTUNG SCIACALLI (celestino ferraro)

Il finale tristissimo della vita di Mario Monicelli è in pasto di un branco di “eutanasici”, cacciatori della “dolce morte”, famelici ricercatori di vite tormentate sul crinale del dolore. Non appena l’odore di un uomo sofferente giunge alle loro narici, il branco entra in fibrillazione e il messaggio s’inoltra verso le rotative dalle quali poi giungerà a Internet. È tutta una corsa, dalle Alpi al mare, dall’uno all’altro mar, per dare al doloroso morente l’afflato dell’eutanasia (dal greco, eu “bene e tànatos “morte”). Non importa se la morte di Monicelli sia avvenuta per suicidio, fattosi precipitare da una finestra del quinto piano nella clinica dove era ricoverato per curare il male che l’uccideva: la vita. La morte suicida del novantacinquenne grande regista, appartiene a questi sciacalli che lo stanno triturando con le loro mascelle per convincere il mondo che la vita dolorosa deve essere spenta ad ogni costo: finanche il delitto. L’uomo deve vivere una vita felice, se il dolore s’impossessa della nostra esistenza fa d’uopo che l’eutanasia provveda a riequilibrare il diritto alla felicità e il sofferente può ringraziare l’orda famelica che lo spedisce nell’Ade per liberarlo della vita. Nel nostro caso siamo in presenza di un suicidio, assolutamente condannato dalla Chiesa sin dal Sinodo di Arles (452), Sinodo di Braga (563). La Bibbia fa riferimento soltanto a due suicidi (Saul nell’Antico Testamento e Giuda nel Nuovo), ciò mostra chiaramentente come il suicid