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J'ACCUSE/ Binetti: a chi giova il nuovo "film" su Monicelli dei paladini della morte?

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Foto Imagoeconomica  Foto Imagoeconomica

Avremmo voluto, ma non è stato possibile, davanti alla provocazione che è venuta dal fronte radicale, in cui si è approfittato di questa vicenda umana per reclamare a gran voce la legittimazione dell’eutanasia. L’assioma da cui sono partiti i radicali è del tutto coerente con le loro costanti e ripetute affermazioni, con i disegni di legge da loro proposti, con i gesti clamorosi da loro compiuti in numerosi occasioni. Se in Italia l’eutanasia non fosse reato, Monicelli sarebbe morto ugualmente, ma in modo diverso: con un’iniezione compiacente. Non una dolce morte, ma una morte somministrata da qualcuno, complice di un dolore e di una sofferenza a cui non avrebbe saputo dare una risposta diversa.

 

La provocazione radicale ha sferzato l’aula perché è apparsa a tutti una vera e propria strumentalizzazione del dolore umano, della solitudine dell’anziano, della paura del buio che c’è in ognuno di noi. Con molto pudore e con grande delicatezza i colleghi Carra e Veltroni avevano reso omaggio alla sensibilità narrativa di Monicelli, lasciando nella penombra il suo gesto, non per ipocrisia, ma per rispetto a quella lacerante tristezza che l’ha spinto a un gesto drammatico. Eppure la cultura radicale ha cercato di farsi nuovamente presente per insidiare il valore della solidarietà, che definisce l’humanum che c’è in ognuno di noi, risolvendolo in una generica affermazione del principio di autodeterminazione. Nessuno pensa che psicologicamente ci si possa autodeterminare al suicidio, solo la paura del buio, una passione triste come quella che può invadere un anziano solo e malato, permette di immaginare cosa possa essere passato per la mente e per il cuore di Mario Monicelli.

 

Ben diversa quindi è la nostra proposta che si fonda su di una visione solidale della vita umana, che parte dalla consapevolezza che la migliore espressione della nostra umanità è tutta nella relazione di aiuto, nell’etica della cura che dà ragione della dignità della nostra vita. Le storie di quotidiana sofferenza dei malati e degli anziani ci obbligano a creare e ricreare continuamente il tessuto di solidarietà e di accompagnamento che dissolve il nostro individualismo e il nostro egoismo. Monicelli ci dà quest’ultima lezione con il suo suicidio: non lasciateci soli! Ed è questo il testimone che vogliamo raccogliere per sollecitare la politica a liberare risorse da mettere a disposizione degli anziani, dei malati, dei non autosufficienti.

 

Vogliamo alleggerire il loro senso di colpa, non vogliamo che si sentano di peso, non vogliamo che le loro famiglie cedano alla fatica dell’assistenza e si sottraggano alla responsabilità della cura. Non di eutanasia ha bisogno il nostro Paese, ma di politiche sociali solide, non di una sterile affermazione del principio di autosufficienza in chi autosufficiente non è, ma di una positiva affermazione del principio di solidarietà. Per questo serve ritrovare una nuova energia morale, che ci faccia sentire tutti più responsabili gli uni degli altri, superando l’impasse di una sterile affermazione di un individualismo privo di calore umano.

 

L’aula ha condiviso la denuncia della mistificazione radicale, ne ha percepito i limiti, ma anche i rischi che drammaticamente stanno cercando ogni volta di più di capovolgere le prospettive antiche della relazione medico-paziente, ma anche quella uomo-uomo! Dalla campagna di Avvenire, alla manifestazione dell’Udc sotto la sede Rai, dagli appelli rivolti dai cattolici di tutti i partiti è stato confermato un si corale alla vita. E da qui intendiamo ripartire già da domani…



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COMMENTI
03/12/2010 - Almeno un po' di umana carità (spadon gino)

Mio Dio, che mancanza di carità in questa donna e che scarsa conoscenza della mente dell’uomo e della sua anima! Il caso Monicelli, nella sua tragicità, ci mette di fronte a uomo che vede davanti a sé due eventi ineluttabili una sofferenza fisica che lo strazia senza rimedio e la consapevolezza che questa sofferenza finirà col degradare inarrestabilmente tutto il suo essere. Che cosa volete che se ne faccia quest’uomo, piagato e piegato dalla sofferenza, di pacche consolatorie sulla spalla? Che aiuto avrebbero potuto mai dargli (come suggerisce la Binetti) amici che gli avessero raccontato (cito) “tutte le cose belle che aveva fatto; i sorrisi che aveva suscitato in milioni di italiani; l’intelligenza critica con cui aveva messo a fuoco le nostre debolezze e i nostri difetti nazionali”?. A chi gli avesse fatto l’elogio dei suoi film questo spirito lucido e caustico avrebbe risposto pressappoco così “Tutte queste cose, povero amico, avrei potuto ascoltarle quando ero saldo come un’armonia, ma che senso hanno adesso quando dentro il mio ventre ho una palla rovente che mi brucia e non mio dà tregua; quando so che nessuna farmacopea celeste o infernale potrà mai lenire questo dolore, quando sento svanire giorno dopo giorno volontà, speranza, desideri, progetti, sogni. Se tu mi sei amico non consentire che la mia dignità d’uomo sia distrutta, aiutami a metter fine a questa insopportabile sofferenza con un’arma diversa da quella del suicidio!”.

 
02/12/2010 - Avvoltoi radicali (gianluca segre)

Concordo con il lettore che parla di sciacalli. I radicali - e la "cultura" che ad essi si richiama - paiono sempre più inclini alla necrofilia. Dall'aborto all'eutanasia, passando per la liberalizzazione delle droghe, insomma lì dove è possibile una battaglia che abbia a che fare con la morte (procurata, ovviamente; in nome dei cosiddetti diritti, ovviamente), ebbene sono presenti. Sciacalli, avvoltoi: davvero nobili battaglie, quelle della coppia Pannella - Bonino & C. Valeva la pena, magari, spendersi per combatterne altre. Ma tant'è. Si può suggerire l'immagine manzoniana dei "vecchi malvissuti". Per quanto riguarda l'ira di Paola Binetti in Parlamento, la si può definire una "santa ira"

 
02/12/2010 - ACTUNG SCIACALLI (celestino ferraro)

Il finale tristissimo della vita di Mario Monicelli è in pasto di un branco di “eutanasici”, cacciatori della “dolce morte”, famelici ricercatori di vite tormentate sul crinale del dolore. Non appena l’odore di un uomo sofferente giunge alle loro narici, il branco entra in fibrillazione e il messaggio s’inoltra verso le rotative dalle quali poi giungerà a Internet. È tutta una corsa, dalle Alpi al mare, dall’uno all’altro mar, per dare al doloroso morente l’afflato dell’eutanasia (dal greco, eu “bene e tànatos “morte”). Non importa se la morte di Monicelli sia avvenuta per suicidio, fattosi precipitare da una finestra del quinto piano nella clinica dove era ricoverato per curare il male che l’uccideva: la vita. La morte suicida del novantacinquenne grande regista, appartiene a questi sciacalli che lo stanno triturando con le loro mascelle per convincere il mondo che la vita dolorosa deve essere spenta ad ogni costo: finanche il delitto. L’uomo deve vivere una vita felice, se il dolore s’impossessa della nostra esistenza fa d’uopo che l’eutanasia provveda a riequilibrare il diritto alla felicità e il sofferente può ringraziare l’orda famelica che lo spedisce nell’Ade per liberarlo della vita. Nel nostro caso siamo in presenza di un suicidio, assolutamente condannato dalla Chiesa sin dal Sinodo di Arles (452), Sinodo di Braga (563). La Bibbia fa riferimento soltanto a due suicidi (Saul nell’Antico Testamento e Giuda nel Nuovo), ciò mostra chiaramentente come il suicid