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IL CASO/ Quel dato scientifico che zittisce i fan dell’eutanasia

La coscienza presente anche in caso di danno della corteccia cerebrale, spiega CARLO BELLIENI, è un dato della letteratura scientifica

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Confinate a una lettera a pag. 55, il Corriere della Sera riporta le parole di Dario Caldiroli, Direttore della Neuroanestesia dell’Istituto Besta di Milano. Lettera che colpisce perché fa due cose che normalmente non è dato trovare, soprattutto non assemblate: riporta chiaramente un dato scientifico e trae conclusioni etiche.

 

Il discorso dell’autore è semplice: lo stato di minima coscienza (un’evoluzione del coma) è ben diverso dalla morte cerebrale, e con nuovi ritrovati della tecnica possiamo entrare in contatto con ciò che passa per la mente di questi malati. Conseguentemente, lasciarli morire o mettere in atto azioni eutanasiche nell’ipotesi che “non sentano nulla” è antiscientifico. L’autore della lettera evidentemente si riferisce al clima che spinge sempre più verso il considerare la vita che non è autonoma come vita che manca degli attributi propri della persona umana.

 

La coscienza presente anche in caso di danno della corteccia cerebrale è un dato della letteratura scientifica: anche in assenza di una corteccia cerebrale funzionante, è possibile per il malato percepire. Che sia possibile, non significa necessariamente che “senta”, e non ci dice “come” senta; ma non possiamo escluderlo.

 

Anzi, vari studi mostrano, ad esempio, che nei soggetti con danno cerebrale alla zona della corteccia deputata alla vista hanno una percezione non cosciente ma pur efficace degli ostacoli che gli si parano dinanzi; e che la percezione del dolore non necessita della corteccia cerebrale, ma solo delle zone profonde del cervello dove lo stimolo doloroso arriva e viene elaborato prima di essere mandato eventualmente alla corteccia (si veda in proposito la rassegna pubblicata su Behavioral and Brain Sciences nel 2007 da Bjorn Merker, dal titolo “Coscienza senza corteccia cerebrale”).


COMMENTI
23/12/2010 - Uomini e Topi (Antonio Servadio)

Articolo chiaro e interessante. Sempre più si diffonde e si radica in occidente un concetto di "coscienza" alquanto rivoluzionario rispetto al passato. Quella umana si collocherebbe all'apice di una scala di livelli di coscienza che appartiene indistintamente a tutti gli esseri viventi, inclusi i più semplici (vegetali inclusi). Dunque, noi umani non saremmo detentori di una qualità intrinseca ed esclusiva, riservata alla nostra specie. Per lo stesso ordine di ragioni -e senza affatto invocare ragioni di fede- gli opinionisti evidenziano sempre più la dignità di tutti gli esseri viventi. Coerentemente, possiamo notare in vari paesi occidentali la tendenza ad incrementare il riconoscimento di "diritti" degli animali, assieme a proposte ed azioni per la loro tutela, anche sul piano giuridico. Curiosamente però, quegli stessi gruppi di opinione, animalisti inclusi, non mi pare che si battano per difendere il diritto alla vita di quei pazienti che per traumi o malattie -come ben spiega l'articolo- si trovano a vivere (vivere!) in condizioni di coscienza in qualche misura alterata e/o con deficit di comunicazione. A me pare che non vi sia coerenza in chi difende a gran voce la dignità di tutte le forme di vita quando questi stessi personaggi sostengono con molta convinzione che la legge debba decretare la soppressione di esseri umani come Terri Schiavo o Eluana. Non mi è chiaro dove finisca l'ingenuità (o la comprensibile disperazione) e dove cominci la manipolazione ideologica.

 
20/12/2010 - e allora? (roberto fantechi)

non capisco il punto non essendo credente se lei vuole dare un altro spunto ai credenti, bene...però per quelli di noi che non vogliano vivere in uno stato vegetativo, i barlumi delle varie cortecce meglio lasciarli a coloro che ci voglion tessere teorie del niente....saluti