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MANIFESTAZIONE 22 DICEMBRE/ Il mito del’68 che nasconde un vuoto di speranza

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Eppure da qualche parte c’è ancora chi testimonia che la vita è un viaggio pieno di meraviglie, che lo sguardo dell’uomo non è anzitutto offuscato dalle nebbie della noia ma risplende nello stupore. Da qualche parte ci si ricorda ancora che fra qualche giorno si celebra la nascita di un bambino, di come quel bambino nato in un luogo sperduto ha cambiato il destino dell’uomo e la sua storia. Forse qualcuno dovrebbe raccontare che se gli studenti potranno sfilare in corteo tra le strade di Roma, vedere quell’insuperabile bellezza di ere che si sovrappongono, è perché quando il luminoso impero cadde, proprio la fede in quel bambino dalle macerie di un mondo in rovina seppe costruire un grandioso futuro, quel futuro che è diventato la nostra storia, che è il nostro presente.

Alla disperazione gridata nelle piazze, nei media, alla disperazione che è la lezione ultima dei cattivi maestri, alla disperazione della cecità dei cuori aridi, forse bisognerebbe dire che c’è speranza perché c’è ancora una Roma in cui sfilare. Talvolta basta solo alzare lo sguardo e veder comparire all’orizzonte il Cupolone.

 



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