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CARRON/ 3. Barcellona: le opere del desiderio possono battere i moralisti della politica

Foto: Imagoeconomica Foto: Imagoeconomica

Intanto perché introduce nelle relazioni l’idea perversa che qualcuno abbia il diritto di giudicare gli altri secondo parametri e normative precostituiti all’azione concreta. Non giudicate se non volete essere giudicati. Il moralismo è un orpello con il quale si cerca di coprire il verminaio dei propri istinti selvaggi, invece di sottoporli al filtro della consapevolezza amorevole e dell’elaborazione affettiva, e ci si appiglia al rigorismo formale per farne uno strumento di lotta e di condanna degli altri.

 

Ha grande importanza la riflessione di Carrón proprio nel momento in cui, nel nostro Paese, il moralismo ipocrita e bacchettone viene usato come mezzo di lotta politica in contrasto con ogni visione misericordiosa che Cristo ha incarnato come misura vera del rapporto con le altre persone. Tutta la nostra vita pubblica è oggi inquinata dal moralismo farisaico e dall’idolatria delle regole formali di fronte invece a un degrado della vita etica delle persone, diventate sempre più indifferenti alla sorte della comunità umana e dell’intero pianeta. Chi si affida al moralismo è inoltre involontario portatore di una logica manichea in cui si è pronti a vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro ignorando la trave che pesa e annebbia il proprio occhio. Il moralismo è il contrario della fraternità, della partecipazione consapevole all’edificazione di una città più umana. Il moralismo è all’origine di ogni settarismo manicheo e la negazione di ogni spazio alla comprensione reciproca. Il moralismo è la negazione dell’affettività che vive nelle relazioni umane come misura di reciprocità senza gerarchie e presunte superiorità.

 

Per questa così netta presa di posizione contro il moralismo, che trasforma ogni incontro in uno scontro di principi normativi astratti, don Carrón fa appello a un ritorno all’autenticità e potenza del desiderio. Il desiderio come inesauribile tendenza verso la pienezza dell’essere, come tensione permanente verso la beatitudine dell’incontro con l’altro che ci completa e appaga. Meta irraggiungibile ma perseguita con tutto se stesso, il desiderio si contrappone all’effimero sentimento istantaneo e all’emozione superficiale che si dilegua nell’attimo del godimento immediato di qualsiasi bisogno percepito come urgenza e puro scarico di pulsioni.

 

Il sentimento come stato d’animo e le emozioni come mera reattività immediata a una stimolazione gradevole sono la morte del desiderio come accettazione consapevole della propria destinazione trascendente. Il desiderio è il trascendente della pura emotività, che diventa un’affezione della persona e ne orienta il cammino di ricerca di un compimento che oltrepassa la contingenza quotidiana. Il vero imperativo etico, non riassumibile in una codificazione delle cosiddette regole morali, è appunto “vivi secondo il tuo desiderio”.


COMMENTI
08/12/2010 - L'etica (EMIDIO MASSI)

Ma l'etica in spirito di verità immanente all'io non è la dinamica morale? Quando l'etica è astratta dall'io in azione (la persona io, tu..) non diventa moralismo?