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CARRON/ 4. Così il nichilismo ha "ingannato" il nostro desiderio più vero

SALVATORE ABRUZZESE interviene nel dibattito de ilsussidiario.net sulla relazione di Julián Carrón all’assemblea della Compagnia delle Opere

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Non si può non condividere il pensiero di Mauro Magatti quando afferma l’esistenza di un’illusione moderna secondo la quale ogni desiderio può aspirare a essere esaudito. Un’illusione che ne traduce un’altra, ancora più radicale, quella di auto-fondarsi. È vero che dinanzi a una tale crisi occorra mantenere fisso lo sguardo all’altro, segno dell’Altro; quindi fare spazio a una diversa idea della libertà. Ma se c’è schiacciamento radicale del senso, come fondare una tale idea?

Lo schiacciamento del senso, del quale parla Magatti, nasce dalla capacità da parte della società moderna di eludere il desiderio, corrodendone le basi e mostrandone l’inevitabile, ma anche legittima, superficialità, la sostanziale quanto assolutoria insensatezza. Il desiderio moderno, nella sua riduzione emozionale, è tagliato dalle sue radici. Esso è socialmente legittimato solo quando appare deprivato da qualsiasi senso e si riduce al semplice desiderio di benessere e di gratificazioni sensoriali, da realizzare ovunque sia possibile: nella professione, nella disponibilità economica, nelle relazioni con gli altri, nella visibilità sociale e mediatica.

Ma la riduzione del desiderio a una serie illimitata di raccolta di emozioni gratificanti, prive di senso e, proprio per questo, legittimate e socialmente tollerate, ha come premessa l’elisione del soggetto stesso. Lo schiacciamento del senso implica necessariamente una messa tra parentesi dell’uomo, la certificazione di una qualsiasi assenza di consistenza nei desideri che questi esprime.

Il desiderio non ha senso ed è ridotto alla semplice emozione (o sentimento, come dice Carrón) perché il soggetto che dovrebbe esprimerlo è negato nella sua individualità ed è ridotto ai suoi determinanti biologici, culturali e sociali. L’unica individualità che questi si vede riconosciuta risiede sì nei propri sentimenti, nelle proprie emozioni e nei propri desideri, ma solo a condizione che questi siano stati ridotti a volizioni personali, a semplici gratificazioni immediate quanto intense, interamente riassumibili nel quadro delle pulsioni delle quali questi è portatore.

Da qui nasce la duplice follia: da un lato, poiché i desideri sono l’unica dimensione legittima della propria espressione di sé, non solo questi si convertono nel solo piacere sensoriale e nelle gratificazioni che possono provenire dal possesso di cose e persone, ma soprattutto diventano enormi, debordanti, insopprimibili (e tante violenze efferate delle quali la cronaca è piena, trovano risposta proprio in questa direzione).