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CARRON/ 4. Così il nichilismo ha "ingannato" il nostro desiderio più vero

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Dall’altro, nella misura in cui il soggetto si percepisce attraverso la sola dimensione dei propri desideri, anche l’incontro con l’altro - centro e cuore della proposta di don Giussani - è ridotto alla ricerca di un incontro con sé stessi, con un altro che ci sia complementare e funzionale, gratificandoci, soddisfacendosi nel nostro ruolo e nelle nostre funzioni.

 

Oltrepassare questi limiti e recuperare “il senso del desiderio” vuol dire riconoscere gli altri e noi stessi nel nostro desiderio di “vita buona”, vuol dire riconoscere dietro la superficialità delle emozioni e alla loro base, questo desiderio radicale di vita (e della “vita in abbondanza”) che è alla base del senso religioso.

 

Affinché l’incontro con l’altro recuperi lo stupore (quello stupore così presente nel pensiero di don Giussani), occorre che il desiderio, ben lontano dal ridursi alle soddisfazioni di superficie, abbia preso la forma di un’attesa radicale di “vita buona”, di una vita all’altezza di ciò che siamo chiamati (vocati) ad essere.

 

Solo così l’incontro con l’altro diventa sorprendente, ci disarciona e ci stupisce perché, se da un lato, come ogni dono, non può che essere inatteso, dall’altro, come risposta a un’attesa interiore e segreta, può essere percepito e quindi riconosciuto solo se il desiderio è conservato o ricostituito nella sua forma consapevole di desiderio di vita. Di quella “vita buona” alla quale ci sentiamo chiamati dall’interno e che continuiamo a cercare, disperatamente, ma anche caparbiamente.



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