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DON GIUSSANI/ Tettamanzi: un'eredità spirituale e pastorale da vivere

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Giustificati gratuitamente per grazia

 

Il nostro ricordo cade oggi all’inizio del tempo liturgico della Quaresima. È una coincidenza che sento provvidenziale perché ci rimanda al nucleo centrale e originale dell’avvenimento cristiano, un nucleo che sintetizza l’intero mistero di Cristo – il Verbo di Dio che si fa carne – e che insieme lo fa esplodere come evento di salvezza, ossia di liberazione dal male del peccato, per ciascuno di noi e per tutta l’umanità.

 

La Quaresima, cammino della Chiesa verso la Pasqua, celebra e vive questo paradossale incontro tra la miseria umana e la misericordia di Dio in Cristo: un incontro che inchioda l’uomo nella sua fragilità morale senza alcuna possibilità di autoassoluzione ma lo sottrae all’inevitabile esito della disperazione, perché l’incontro si risolve nella liberissima e assoluta gratuità di Dio che offre all’uomo peccatore il suo amore misericordioso, un amore che libera, guarisce e salva.

 

Nel suo Messaggio per la Quaresima di quest’anno il Papa Benedetto XVI insiste con grande vigore su questo “incontro” parlando della “nuova giustizia”, quella che Dio ha manifestato per mezzo della fede in Gesù Cristo. Il Papa riprende e ripropone le parole dell’apostolo Paolo: «Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù» (Romani 3,23-24). E commenta: «Quale è dunque la giustizia di Cristo? È anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non è l’uomo che ripara, guarisce se stesso e gli altri. Il fatto che “l’espiazione” avvenga nel “sangue” di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé “la maledizione” che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la "benedizione" che spetta a Dio (cfr. Gal 3,13-14)… Convertirsi a Cristo, credere al vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza – indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia». E conclude: «Si capisce allora come la fede sia tutt’altro che un fatto naturale, comodo, ovvio: occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per darmi gratuitamente il “suo”. Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia».

 

Carissimi, non perdiamolo mai questo palpito liberante della nostra fede! Ciascuno di noi dica, con speranza certa e gioia traboccante: dove è abbondato il nostro peccato ha sovrabbondato la grazia del Signore! Sì, perché per noi la misericordia non è un semplice e vago sentimento, una disposizione morale, ma è la carne viva di Cristo, carne umana e crocifissa! Anche o soprattutto in questo possiamo dirci “figli di don Giussani”: qui, infatti, sta un punto forte, qualificante della sua spiritualità e della sua azione educativa. Ci basti la testimonianza che egli ha dato in Piazza San Pietro il 30 maggio 1998 in occasione dell’incontro di papa Giovanni Paolo II con i movimenti ecclesiali e le nuove comunità: «Il Mistero come misericordia resta l’ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo».

 

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