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IL CASO/ Sbai: Hina Saleem, il delitto di chi piega la religione alla violenza

Sharia_R375.jpg (Foto)



Ecco allora che questo efferato omicidio, per di più compiuto da un padre su una figlia, diventa ancora più infame. Un delitto giustificato di fronte alla comunità pakistana, adducendo quelle stesse motivazioni cultural-religiose richiamate anche dal rito di sepoltura della ragazza, trovata decapitata, avvolta in un lenzuolo bianco e con la testa rivolta verso La Mecca, rivela una volta di più l’uso distorto, contorto e pusillanime che viene fatto della religione, prostrata al cospetto di furori umani. Troppo umani. Solo umani.

Quello che di positivo io ravviso nella sentenza della Cassazione è stato il fatto che i giudici, attenendosi agli atti, non hanno vacillato di fronte alla possibilità di prevedere uno sconto di pena rispetto ai 30 anni inflitti al padre, così come invece è accaduto per gli altri maschi coinvolti.
Una giustificazione odiosa pari a quella concessa dal famoso giudice di Hannover, della civilissima Germania, che ha concesso al condannato uno sconto di due dei sei anni inflitti per aver seviziato la propria fidanzata, riconoscendo le attenuanti generiche e culturali, derivanti dalla sua origine sarda.

Inoltre il processo per la morte della povera Hina ha messo in evidenza la premeditazione perpetrata nel condurre il crimine: un abile gioco preparato nel dettaglio e che condotto il padre Mohammed a fare espatriare il resto della famiglia in Pakistan, a vendere la propria casa e a cercare di fuggire egli stesso, questa volta senza successo. Ed è oltremodo singolare l’atteggiamento che la madre della ragazza ha tenuto al processo: essa ha giustificato il marito ribadendo che fosse stata la figlia la macchiata di ignominia e che, se certe cose accadevano in famiglia, bisognava subire e tacere. Per di più inveendo contro l’avvocato di parte civile. Quasi questo fosse il destino delle donne. 

 


 


COMMENTI
02/05/2010 - Giusto ! Ma nella Comunità Europea ? (Antonio Servadio)

chiara, incisiva e pinamente convincente l'autrice dell'articolo. Come potrebbe evolvere (o regredire) tale giurisprudenza in seno alla Comunità Europea. Infatti da questo stesso periodico ho appreso che in UK le cose vanno ben diversamente: si stanno creando dei tribunali paralleli, cosiddetti "islamici". Quale dei due orientamenti potrebbe prendere il sopravvento ? Cosa si può fare in proposito ? Andiamo sempre più verso un'epoca di armonizzazione" legale - a volte imposta in modo non precisamente democratico. Da cui la domanda...