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IL CASO/ Sbai: Hina Saleem, il delitto di chi piega la religione alla violenza

Il processo in corso per l'omicidio di Hina Saleem riapre il dibattito sulle attenuanti culturali e religiose di reati di questa gravità

Sharia_R375.jpg (Foto)

Qualche giorno addietro Franco Rizzi, dalle pagine del sito Medarabnews, è tornato sulla vicenda di Hina Saleem all’indomani della sentenza della Corte di Cassazione che ha confermato la condanna a 30 anni del padre aguzzino. Come tante altre voci che si sono affollate dopo il pronunciamento della suprema Corte, anche Rizzi si è affrettato a bollare le manifestazioni a favore della povera Hina come brodaglia annacquata di luoghi comuni sull’Islam e sull’islamofobia, parlando di “accanimento ideologico” da cui avrebbe preso piede la costruzione di «uno schema culturale secondo il quale con l’assassinio di Hina Saleem ci si trovava di fronte a un classico omicidio d’onore, maturato nell’incomprensione, nell’ignoranza e nell’islamismo radicale».

Credo allora, dato quello che ho letto sui giornali, che sia necessario fare alcune precisazioni sulla vicenda che rendano chiaro ciò che chiaro non sembra affatto. Di fatto la Corte di Cassazione ha accolto l’impianto accusatorio costruito dall’avvocato di parte civile, Loredana Gemelli, che nella fase istruttoria del processo aveva dimostrato una verità ben più sconcertante rispetto a quella del delitto di onore. Hina Saleem era infatti oggetto di violenza sessuale da parte del padre: ecco perché, secondo i giudici, «la motivazione assorbente dell’agire dell’imputato è scaturita da un patologico e distorto rapporto di "possesso parentale"».

Possesso-dominio, per essere più precisi. Quella stessa devianza che si ingenera in condizioni di particolare sottomissione della donna.  Quella devianza le cui distorsioni avevano condotto Hina a sporgere una prima denuncia (e a essere successivamente allontanata dalla famiglia con provvedimento d'urgenza dal Tribunale per i Minori) per violenze e molestie paterne, poi ritrattata sotto la promessa di una mai concessa libertà: quella di andare a vivere con il suo ragazzo.

Hina dunque è stata vittima di un omicidio premeditato il cui movente è stato diluito nel brodo di usanze tribali primordiali al fine di aggirare il corso della giustizia puntando ad ottenere in sede processuale uno sconto di pena dovuto al rituale perpetrarsi della catena «donna-musulmana-innamorata-di-un-occidentale-disonore-della-famiglia». Una catena che avrebbe puntato a e ottenuto un ammorbidimento della sentenza in base all’assunto secondo il quale: “Sono musulmani, sono le loro tradizioni, sono abituati così».


COMMENTI
02/05/2010 - Giusto ! Ma nella Comunità Europea ? (Antonio Servadio)

chiara, incisiva e pinamente convincente l'autrice dell'articolo. Come potrebbe evolvere (o regredire) tale giurisprudenza in seno alla Comunità Europea. Infatti da questo stesso periodico ho appreso che in UK le cose vanno ben diversamente: si stanno creando dei tribunali paralleli, cosiddetti "islamici". Quale dei due orientamenti potrebbe prendere il sopravvento ? Cosa si può fare in proposito ? Andiamo sempre più verso un'epoca di armonizzazione" legale - a volte imposta in modo non precisamente democratico. Da cui la domanda...