BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

TEMPI/ Reportage: la vita di padre Liu, l’uomo di Dio a Chinatown

Pubblicazione:

milano_cinesiR375.jpg

«Io sono arrivato qui esattamente un anno dopo quegli scontri», riprende don Liu. «Erano dieci anni che la diocesi aspettava un prete cinese». Un’attesa molto lunga perché «non è che in Cina ci siano molti giovani cattolici, preti e legati alla Chiesa clandestina (riconosciuta da Roma e perseguitata dal governo che comanda quella ufficiale, ndr), per di più che conoscano l’italiano». Tutte caratteristiche che invece don Liu possiede per un mix di imprevisti e di scelte. Dopo una formazione che dura 14 anni, ne ha solo 32 quando arriva nella diocesi milanese. Liu ha incontrato la Chiesa cattolica a 16 anni grazie ad un compagno «che ha ridato senso alla mia vita, che prima non ne aveva alcuno». Passava le giornate come tutti i suoi coetanei, «a studiare perché si deve, a rispettare genitori e parenti più anziani, perché la nostra tradizione confuciana ce lo impone», ma senza conoscere la vera ragione di quei gesti.

 

Quando qualcuno gli insegna che la «vita non finisce qui, che c’è altro oltre a quel che si vede e che c’è un Padre che ci ama» a quel Padre Liu decide da subito di dare la vita. Si fa battezzare col nome di Domenico, per poi diventare sacerdote. Non lo fermano neppure le persecuzioni che la Chiesa clandestina subisce da parte del governo. I primi due anni li passa sui libri, nascosto in un seminario della sua città natale, Fuzhou, insieme a una dozzina di giovani. Lì, fra le stanze allestite in una soffitta sotto la copertura di altri cattolici che risiedono nelle case sottostanti, «dicevamo messa e studiavamo durante il giorno, mentre la sera dovevamo rimanere al buio per non destare sospetti». Se la prudenza è regola non scritta del seminario che Domenico rispetta, il suo impeto va però da tutt’altra parte: «Cercavo di dire a tutti Chi avevo incontrato. Facevo catechismo agli studenti in locali protetti vicini all’università». I superiori del giovane prete non tardano a scorgere in lui una vocazione missionaria e lo inviano a Pechino dove ha la possibilità di studiare lo spagnolo. In città ha anche più occasioni di incontrare altri cattolici non cinesi e scoprire che «il cristianesimo ci rende fratelli di uomini di culture totalmente diverse».

 

Clicca >> qui sotto per continuare la lettura dell’articolo


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >